mercoledì 9 settembre 2009

La campagna di Cuneo delle camicie verdi

Una bandiera della Lega Nord sta bell'esposta sul portellone del camion di un ambulante all'entrata del mercato di Cuneo in piazza Galimberti, dove ogni martedì centinaia di persone accorrono dalle campagne e sin dalla Francia per comprare vestiti, scarpe, prodotti per la casa. Sotto l'ombra dei tendoni, spiccano anche banchi gestiti da venditori cinesi e maghrebini. Fu da un balcone che si affaccia su questa piazza che Duccio Galimberti nel luglio del 1943 esortò i cuneesi alla resistenza contro il nazifascismo affermando che «la guerra continua fino alla cacciata dell'ultimo tedesco».
Oggigiorno, in assenza dello «straniero invasore» e delle SS di Joachim Peiper che appiccarono roghi nel paesino di Boves, a preoccupare un numero crescente di abitanti della Granda, sono gli immigrati, che si sono stabiliti velocemente in questa provincia a bassa densità di popolazione, che prima della crisi abbondava di posti di lavoro. A raccogliere i frutti di questa preoccupazione è stata la Lega Nord, che nelle ultime elezioni amministrative, ha ottenuto la guida della provincia, in precedenza in mano al forzista Raffaele Costa, liberale ex ministro della Sanità, esponente del notabilato e fustigatore degli sprechi della pubblica amministrazione. A succedergli a capo di una coalizione che ottenuto il 52% dei voti (di cui il 22% alla Lega), Gianna Gancia, 37enne, piccola imprenditrice vinicola, personaggio sconosciuto prima della campagna elettorale. Salita alla ribalta nelle vesti di compagna affettiva del Calderoli, ministro della semplificazione ed indossatore di magliette anti-maomettane.
Sono stimati attorno a 45.000 persone, circa l'8% della popolazione, gli immigrati nella provincia Granda. Comunità etniche che si sono installate in maniera specializzata nei diversi distretti di un'economia provinciale che detiene un livello record di imprese per abitante: i cinesi a lavorare come scalpellini nelle cave di pietra di Barge e Bagnolo, i macedoni a raccogliere l'uva nelle Langhe, gli indiani a mungere le vacche nella pianura, gli albanesi a lavorare nell'edilizia, le rumene a badare ai vecchietti di una popolazione sempre più anziana. «Dopo il caos degli anni '90, le comunità di migranti si sono ben stabilizzate - spiega Bruna Gerbaudo, del centro migranti del comune di Cuneo - In assenza di una politica pubblica d'integrazione, le catene migratorie si sono auto-organizzate, e spesso si sono integrate in maniera più diffusa e meno problematica rispetto ad altre zone del Piemonte e del Nord Italia».
Il livello di criminalità in questa provincia isolata e tranquilla continua ad essere ben sotto il livello di guardia, e al momento non vi è sentore di violenza a carattere razziale, nonostante un'indagine abbia mostrato un aumento di xenofobia nelle scuole. E per il momento a Cuneo niente ronde - assicurano i leghisti locali - «ma dobbiamo stare all'erta». Ma sta di fatto che qui come in altre zone della Padania, l'immigrato spesso suscita paura e sdegno, in particolar modo tra gli anziani e in alcune zone rurali marginali, dove negli ultimi anni e diventato sempre più difficile tirare a campare con un po' di vacche ed un noccioleto.
«Ma vui a la fin, seve cui ca stan coi moru o contra ai moru?» si è sentito chiedere nei mercati di paese il candidato del Pd Mino Taricco, assessore regionale all'Agricoltura. «La questione degli immigrati ha fatto una breccia enorme. - racconta Taricco - La gente associa mentalmente l'immigrato con i problemi economici, lo vede come il simbolo di una globalizzazione che ha portato insicurezza». Questo senso d'insicurezza, secondo Ezio Bernardi direttore de La Guida, il settimanale della curia sta favorendo «un mutamento genetico dell'elettorato cuneese, storicamente liberale per eccellenza, molto legato ai valori della resistenza e delle istituzioni e caratterizzato da un rifiuto degli estremismi. Sempre più quest'elettorato chiede interventi di rottura e si sente rassicurato dalla chiusura leghista».
Una chiusura che fa tanto più presa in un periodo di crisi economica che nel Cuneese sta divorando posti di lavoro mese dopo mese. «La cassa integrazione e cresciuta di più che nelle altre province del Piemonte», nota Sergio Dalmasso, consigliere regionale di Rifondazione. Licenziamenti a raffica nel distretto del vetro. Chiusa la storica cartiera Burgo di Ormea. In crisi pure la Alstom ferroviaria di Savigliano, la Italcementi di Borgo San Dalmazzo. E presto pure lo stabilimento Michelin di Cuneo in cui il Sin.Pa (sindacato padano) aveva ottenuto un'effimera maggioranza sindacale nel 2000, potrebbe entrare nel novero delle aziende in crisi. «Quello che rischia di passare in situazioni di crisi come questa, è l'idea che la precedenza nei posti di lavoro e nell'assistenza debba essere data alla popolazione locale», spiega Dalmasso «a soffiare su questo sentimento e la Lega, tra cui ci sono diversi matrici culturali, alcune più moderate, altre chiaramente xenofobe e di estrema destra».
Ma a stare a sentire Stefano Isaia, segretario provinciale della Lega Nord a soli trentun'anni, il successo della Lega cuneese non ha che fare con derive xenofobe, ma con «una politica del buonsenso rispetto all'immigrazione» che risponde «a quello che la gente ci chiede di fare». «Il fatto e che noi facciamo quello che gli altri partiti non fanno più. Abbiamo ventiquattro sedi locali, più di qualsiasi altro partito. Andiamo in giro in camper nei paesi, per offrire assistenza e consulenza e ad ascoltare i problemi della gente». Ed è proprio questo filo diretto con gli umori degli strati popolari della popolazione - il fatto di essere il partito delle bealere (i fossi) - ciò che gli altri partiti invidiano alla Lega. «La Lega ha smesso di fare filosofia e si e calata tra le persone - ammette Taricco - il centrosinistra deve rendersi conto che stiamo perdendo il collegamento con il territorio e che veniamo sentiti come lontani». Il rischio è che per riguadagnare il contatto con il territorio, il centrosinistra in vista delle difficili elezioni regionali della prossima primavera, sia tentato dalla scorciatoia di mostrare anch'esso i muscoli contro «i moru» - come hanno fatto tanti sceriffi democratici in giro per l'Italia - invece che impegnarsi nella strada più lunga ed impervia di sviluppare un nuovo modello sociale regionale per rispondere alla crisi economica.

domenica 16 agosto 2009

Europa in campeggio contro l'effetto serra

Tutti in tenda per lottare contro il cambiamento climatico e puntare il dito contro i maggiori produttori di gas serra. A poco più di tre mesi dal vertice internazionale sul clima di Copenhagen, dove tutti i paesi Onu discuteranno i termini di un nuovo trattato per sostituire quello di Kyoto, l’estate europea viene invasa da un’ondata di campeggi di «azione climatica», impiantati in prossimità di aeroporti, centrali a carbone, miniere ed altri grandi inquinatori, accusati di essere «criminali climatici». Dal Klimacamp di giugno, durante il quale gli attivisti danesi si sono esercitati per le grandi proteste di dicembre, al Camp climat francese finito l’8 agosto, a quello belga-olandese svoltosi ad Anversa, al campeggio contro il clima in Irlanda che comincerà a Ferragosto, ai campeggi climatici in Scozia e Galles, fino al capostipite Climate camp inglese che quest’anno darà vita alla sua quarta edizione a Londra.
Obiettivo dei campeggi climatici sono grandi installazioni inquinanti, responsabili dell’immissione nell’atmosfera di tonnellate di anidride carbonica e altri gas serra. «Ossigeno. No Kerosene!» hanno gridato gli attivisti del Climat camp francese, che negli ultimi giorni hanno lanciato una serie di blocchi e proteste contro la costruzione dell’aeroporto Loire Atlantique, vicino a Nantes, segnalando ancora una volta come l’aviazione sia una sorgente in crescita di gas serra. Il neonato Climate camp scozzese ha invece preso di mira l’apertura di una miniera di carbone a cielo aperto, a Mainshill. Tre attivisti sono stati fermati lunedì scorso dopo un’incursione davanti alla casa di un assessore laburista accusato di essere la sponda politica del progetto. Tra di loro anche Dan Glass, un attivista del gruppo anti-aviazione Plane Stupid, che un anno fa tentò di incollarsi alla mano del primo ministro Gordon Brown durante un ricevimento ufficiale. In azione contro il carbone - fonte fossile che emette un livello di Co2 più alto rispetto al metano e al petrolio per unità di energia - anche il campeggio gallese che dal 13 agosto protesterà contro l’apertura di un’altra miniera di carbone a cielo aperto a
Ffras-y-Ffron.
«Portate amici, più siamo più forti saremo, e tutte quelle cose che portereste normalmente in un campeggio», consigliano gli organizzatori del campeggio di azione climatica inglese che comincerà il 27 agosto. Niente cani, bottiglie di vetro e coltellini svizzeri. «La polizia adora trovarne un po’ per poi andare in televisione e spargere storie spaventose riguardo ai campeggiatori climatici», avvertono sul sito. Oltre ad essere una base per proteste e blocchi contro grandi inquinatori, i campeggi climatici sono anche uno spazio di vita sostenibile ed educazione ecologica. Rigoroso l’uso di tecnologie verdi, da pannelli solari a pale eoliche, per portare elettricità ai campeggi, all’utilizzo
del compostaggio, e al riciclo delle acque grigie. Le giornate di campeggio sono poi segnate da un calendario fitto di laboratori, seminari e conferenze, per discutere come vivere low-carbon e come costruire la transizione verso una società post-fossile.
Il primo campeggio climatico a livello internazionale si svolse nell’estate 2006 nello Yorkshire contro la centrale a carbone di Drax, la prima sorgente di emissioni di gas serra nel Regno Unito. Tra i promotori, veterani del movimento contro la costruzione delle tangenziali durante gli anni ’90. Poi nel 2007 l’edizione che bucò i media, con la protesta contro la costruzione della terza pista all’aeroporto di Heathrow, il più trafficato del vecchio continente. Il campeggio climatico è sbarcato sul continente nel 2008, con una protesta ad Amburgo contro una centrale a carbone. Quest’anno il campeggio climatico in Germania si terrà a fine agosto e sarà seguito da una grande protesta contro il nucleare a Berlino, per dire che l’energia atomica non è la soluzione al cambiamento climatico.
La diffusione dei campeggi climatici e di altri campeggi di protesta come quelli «no border» contro i controlli migratori, fa parte di una tradizione che affonda le sue radici nella storia dell’azione diretta antimilitarista ed antinucleare. Il campeggio di protesta fu reso celebre nel mondo anglosassone dalle donne di Greenham Common, protagoniste di un presidio durato dieci anni contro i missili Cruise della base Raf. Tradizione ripresa da Brian Haw, il carpentiere sessantenne che dal 2001 quasi ininterrottamente vive in una tenda nella piazza di fronte al parlamento di Westminster, affiancata da foto di atrocità belliche e addobbata da simboli pacifisti.
Se la diffusione dei campeggi di azione climatica in giro per l’Europa segnala la crescente attenzione dei movimenti sociali per la questione del riscaldamento globale, al momento l’ondata di protesta sul clima non si è ancora affermata nella nostra penisola. A quando un campeggio di azione climatica anche in Italia?

mercoledì 15 luglio 2009

Strage di soldati, gli inglesi si riscoprono «no war»

I corpi sono arrivati. Scaricati uno a uno dalla pancia del C-17 che li ha portati alla base RAF di Lyneham, nel Wiltshire. Caricati con una coreografia militare su auto funebri Mercedes Benz, guidate da becchini con bastone e bombetta. Salutati da due ali di folla lungo le strade di Wooton Bassett, paese che vive all'ombra della base RAF da cui gli aerei partono carichi di mezzi e soldati per riportare indietro cadaveri e rottami. È la settantesima volta negli ultimi due anni che si svolge questa scena, dopo che gli abitanti del paese hanno chiesto di poter onorare pubblicamente i caduti, invece di vedere le auto che trasportano le bare avvolte dall'Union Jack passare di sfuggita come se nulla fosse. E non sarà certo l'ultima.
Ieri a passare per le strade di Wooton Bassett sono stati gli otto militari britannici morti venerdì scorso nella provincia dell'Helmand teatro di scontri feroci tra talebani da una parte e forze americane e britanniche dall'altra. In cinque sono morti per due bombe esplose in successione a Sangin. Altri due per l'esplosione di due ordigni a Nad-e-Ali. Un altro ancora è stato colpito a morte mentre faceva la sentinella a Char-e-Anjir. Otto morti pesanti, che portano la lista dei caduti in Afghanistan a quota 184: più dei 179 morti britannici in Iraq. I morti inglesi sono già 15 dall'inizio di luglio, quello che si sta rivelando il mese più sanguinoso dal settembre 2006. Così nella «guerra dimenticata» condotta da ormai quasi otto anni nelle lande impervie dell'Afghanistan, il mondo politico si trova costretto a fare i conti con il costo in vite umane dell'offensiva voluta dal presidente degli Stati uniti Barack Obama contro gli irriducibili talebani.
Brown ha approfittato della tragedia per invitare Karzai a schierare truppe afghane nell'Helmand al fine di «difendere il terreno conquistato con tanta fatica». I conservatori, invece, hanno colto l'occasione per criticare la conduzione della guerra. Il vice-segretario del partito John Maples ha affermato che «sempre più persone si chiedono se è possibile vincere questa guerra e se gli obiettivi che ci siamo posti siano ragionevoli, considerati i militari in campo ed il loro equipaggiamento». Critiche a cui l'esecutivo ha replicato dicendosi disposto a soddisfare ogni richiesta venga dai generali, rivendicando 3 miliardi di sterline spesi nel conflitto in un anno di crisi economica, e riaffermando con il neo-ministro della difesa Bob Ainsworth che la guerra deve essere vinta, costi quel che costi. Nel frattempo, 700 soldati inviati per fare da guardia alle elezioni presidenziali nel paese, rimarranno oltre la data prevista per il ritorno e ulteriori rinforzi potrebbero essere inviati nei prossimi mesi.
A essere poco convinti della necessità di questo conflitto continuano ad essere i sudditi del Regno unito, seppur la guerra in Afghanistan sia sempre stata più popolare di quella in Iraq. In base ad un sondaggio pubblicato ieri il 56 per cento dei britannici vorrebbe il ritiro delle truppe entro l'anno. Per Lindsey German, leader del gruppo anti-guerra Stop the War «sempre più persone capiscono che questo conflitto non ha a che fare con gli interessi degli afghani, ma con le mire del Regno Unito e degli Stati uniti. Il fatto è che hanno perso la guerra in Iraq e ora sperano di recuperare lo smacco vincendo il conflitto in Afghanistan». «Fa male vedere tanto sangue versato invano», le fa eco Rose Gentle, madre di Gordon Gentle, soldato morto in Iraq nel 2004, e diventata portavoce dei familiari dei militari che si oppongono alla guerra. «È arrivato il momento di dire basta. Il governo deve ascoltare i britannici e portare i nostri soldati a casa».

venerdì 10 luglio 2009

«Il vero anti-G8? A Copenaghen»

Sul clima si sono infrante le fanfare del G8 aquilano. Ed è proprio sul cambiamento climatico che potrebbe ripartire il movimento globale. Di questo è convinto Tadzio Müller, uno degli animatori di Climate Justice Action. La coalizione che comprende Ong come Friends of the Earth, Jubilee South, Focus on the Global South, Attac Francia, gruppi autonomi ed anarchici, si sta preparando da mesi alla conferenza dell'Onu sul Clima, che si terrà a Copenhagen a dicembre. Questa protesta secondo Müller potrebbe essere un'occasione per rigenerare i movimenti globali, rimasti senza un nemico forte con l'agonia del neoliberismo. Per l'attivista, che studia il "capitalismo verde" per la fondazione Luxemburg, «il cambiamento climatico deve diventare un nuovo terreno di lotta, perché mette in luce la follia del capitalismo e della crescita infinita».

I grandi della terra sbandierano la promessa di tagliare i gas serra del 50% entro il 2050 come un successo. Dobbiamo credergli?
Tra qui e il 2050 ci saranno dieci tornate elettorali: per i politici è un po' come promettere che nel 2050 ci saranno stazioni turistiche su Marte. Viste le resistenze di Cina, India e altri paesi emergenti i grandi potranno continuare a fare il gioco dello scaricabarile. Poi basta vedere quanto successo nelle edizioni passate del G8 con le promesse mancate sulla lotta alla povertà per capire che non sono credibili.

Con il fallimento del G8 sul clima la palla passa al vertice sul clima di Copenhagen. Cosa succederà in quell'occasione?
Per Copenhagen stiamo mettendo assieme una coalizione molto ampia, unita da una secca denuncia delle politiche dell'Onu sul clima e dall'intenzione di usare la strategia dell'azione diretta contro il summit.

Eppure a vedere le proteste contro il G8 i movimenti globali sembrano in forte crisi.
Il fatto è che il G8 è ormai un guscio vuoto. Un tempo aveva senso opporvisi in maniera frontale perché era al timone dell'agenda neoliberista e ci forniva un nemico contro il quale unirci. Ora che il neoliberismo langue un terreno comune per i movimenti globali può essere quello dei cambiamenti climatici. Copenhagen potrebbe essere una nuova Seattle.

Molti nella sinistra guardano con sospetto all'attivismo sul clima, quasi si trattasse di una «preoccupazione borghese» che non ha a che fare con l'ingiustizia sociale.
Il cambiamento climatico ci sarà, che ci piaccia o meno. Le elite lo hanno capito e si stanno attrezzando, mettendo in campo nuove forme di potere. Noi come movimenti sociali dobbiamo accettare questa sfida, anche perché i cambiamenti climatici amplificheranno le diseguaglianze sociali.

mercoledì 8 luglio 2009

Il veterano no global: finita l'epoca dei controvertici, dobbiamo reinventarci

Pochi e confusi. Eppure fanno numero nella piccola folla che si riunisce a piazza Barberini per la protesta contro l'ambasciata americana fronteggiata da un imponente dispositivo delle forze di
polizia. Gli attivisti stranieri giunti a Roma per protestare contro il G8 non nascondono il disappunto di fronte a una mobilitazione che appare molto inferiore rispetto a quella di precedenti analoghe manifestazioni. Tra i capannelli di attivisti francesi, spagnoli,
tedeschi e greci che ieri si sono uniti ai manifestanti italiani c'era anche Kriss Sol, un attivista olandese veterano del movimento anti-globalizzazione, che ha partecipato alle grandi proteste globali da Praga in poi. «È un po' triste essere qui - afferma Kriss di fronte a un raduno soverchiato dalla presenza degli agenti anti-sommossa - sembra di essere veramente arrivati alla fine di un percorso. È necessario reinventare le forme di protesta e il modo in cui ci approcciamo alla gente.

Qual è la tua impressione di fronte a questa protesta piuttosto sguarnita?

Dobbiamo stare vedere quello che succederà nei prossimi giorni e quali azioni ci saranno. Ma credo che per chiunque assista a questa manifestazione e veda il numero di persone che ci sono in piazza è purtroppo chiaro che molte cose sono successe in Italia dal 2001 in poi e che il movimento si trova in una fase di forte debolezza. È un peccato, anche perché in passato in Italia il movimento contro la globalizzazione era molto forte. Poi, a vedere come si sta comportando
la polizia, è chiaro che non vogliono lasciare nessuno spazio ai manifestanti e che stanno limitando in maniera drastica il diritto di manifestare.

Come stanno vivendo questa mobilitazione gli attivisti stranieri che hai incontrato a Roma?

Rispetto ad altri mobilitazioni a cui ho partecipato - Praga, Genova, Gleneagles, Heiligendamm e molte altre - la situazione è differente dal punto di vista della mobilitazione a livello internazionale. Certo ci sono persone che vengono da molti paesi diversi. Io personalmente
oggi ho incontrato persone che vengono da almeno 10 paesi differenti. Ma si tratta di gruppi molto piccoli. Questo è dovuto anche al fatto che c'è stata molta confusione nella fase di preparazione per le proteste e per noi attivisti internazionali è stato difficile capire
quello che stava succedendo. Si avverte un'assenza di quelle infrastrutture e reti organizzate che c'erano in occasione di altre proteste contro il G8.

Cosa ti aspetti dalle manifestazioni dai prossimi giorni?

Sono curioso di vedere quello che succederà e mi auguro che molte più persone partecipino. Molto dipenderà da come andranno le cosiddette "azioni de-centrate" dei prossimi giorni. Ma a dire la verità non sono molto convinto da questa strategia perché troppe volte questa è
stata la scusa per non fare niente e giustificarsi di fronte al fatto di essere in pochi. Credo che continuiamo ad avere bisogno di momenti di partecipazione di massa in cui riunirci tutti quanti se vogliamo avere visibilità ed impatto.

Stiamo forse assistendo agli ultimi rantoli del movimento anti-globalizzazione?

Non so se si tratti della fine del movimento anti-globalizzazione in quanto tale, ma il formato del controvertice sembra essersi esaurito. Credo che sia arrivato il momento di rinnovare le pratiche e i modelli organizzativi se vogliamo fare di nuovo breccia nell'opinione pubblica. Bisogna avere il coraggio di ripartire da capo senza perdere la dimensione transnazionale, che è stata la componente fondamentale delle lotte contro la globalizzazione neoliberista.

«Articolo corretto, Berlusconi non è credibile»

Invece che una «grande cantonata da parte di un piccolo giornale»» - come l'ha ridimensionata con sprezzo Berlusconi, l'articolo del Guardian che ieri ha provocato le reazioni infuriate del governo, è l'ennesima mattonata per un paese che sulla scena internazionale appare sempre più inaffidabile. Tanto inaffidabile che c'è chi vuole liberarsene e sostituirlo con la Spagna nel G8. Questa l'indiscrezione raccolta dal giornalista del quotidiano inglese Julian Borger, tra fonti diplomatiche internazionali, pezzo forte di un articolo in cui si afferma che «i preparativi per il G8 dell'Aquila sono stati cosi caotici da creare una pressione crescente tra gli altri paesi per espellere l'Italia».
L'esperto di diplomazia del quotidiano londinese afferma che di fronte al disastro organizzativo e politico del G8, gli Stati Uniti sono stati costretti a prendere le redini della situazione e a mettere in campo i loro sherpa per salvare il salvabile. Il giornalista ricorda ai lettori come il periodo di preparazione del summit abruzzese «è stato dominato dalle notizie sulle feste di Berlusconi con giovani donne, e la decisione discutibile di svolgere l'incontro in una regione che è ancora soggetta a scosse d'assestamento dopo un devastante terremoto». La brutta figura che l'Italia sta facendo con questo G8 va a sommarsi alla crisi di credibilità del nostro vituperato presidente del consiglio e la situazione potrebbe andare a vantaggio dei nostri cugini iberici che come ricorda Borger «hanno un reddito pro-capite più alto e donano una percentuale più alta del Pil in aiuti per lo sviluppo».
Ed è di fatto proprio la promessa mancata di arrivare allo 0,7% del Pil in aiuti allo sviluppo - l'Italia è ferma a un imbarazzante 0,22% - uno dei fattori decisivi che secondo il Guardian avrebbero spinto governi e diplomazia internazionale a pensare di fare fuori l'Italia dal G8. Del resto, questa era la piaga in cui qualche giorno fa aveva messo il dito la star umanitaria Bob Geldof, che in un incontro con il nostro presidente del consiglio di cui aveva dato conto La Stampa, aveva rimproverato l'esecutivo per essere venuto meno alla promessa fatta in occasione del G8 di Gleneagles nel 2005. L'Italia al momento ha erogato soltanto il 3% degli aiuti che aveva promesso 4 anni fa.
Ieri a rincarare la dose ci ha pensato l'ex segretario generale dell'Onu Kofi Annan, che ha detto a Berlusconi che «non onorare gli impegni non renderebbe giustizia ai valori del tuo paese» e che un G8 «che non dedichi attenzione ai problemi dei paesi più poveri danneggia la credibilità e la leadership del gruppo». La risposta del governo di fronte alle critiche del Guardian non si è fatta attendere, dando vita all'ennesima prova berlusconiana di odio per la «perfida albione», con il ministro La Russa, che ha invitato perfino a non comprare più i giornali inglesi.
Ma di fronte alla reazione scomposta di Silvio e soci il Guardian non è retrocesso di un millimetro. Sentito al telefono da il manifesto Julian Borger ha confermato che il suo articolo «è basato su informazioni reperite tra personalità di spicco del mondo diplomatico». Rispondendo con britannico understatement, Borger rileva che «i politici hanno sempre diritto di critica rispetto al nostro lavoro» ma aggiunge «che il governo Berlusconi sta cercando di arrampicarsi sugli specchi di fronte a quello che ormai è evidente a tutti». A dargli manforte la direzione dello storico quotidiano di Farringdon Road, che in un comunicato anodino scrive di sostenere «appieno l'articolo pubblicato di Julian Borger» negando «recisamente che la notizia sia priva di fondamento».
Le critiche ricevute dal Guardian sono un nuovo motivo di imbarazzo per il nostro governo di fronte all'opinione pubblica anglosassone, i cui organi di informazione non hanno nascosto la propria incredulità di fronte alla situazione politica italiana, con un presidente del consiglio che sembra capace di sopravvivere a qualsiasi scandalo. E se qualche hanno fa l'Economist aveva affermato che Berlusconi non era «fit», adatto, a governare l'Italia, ora agli occhi della stampa di lingua inglese sembra che si sia arrivati al punto che il paese da lui governato, non è più «fit» per fare parte del club che conta.

domenica 5 luglio 2009

«Ci battiamo per Zelaya, che al ritorno dovrà tenere conto di noi»

Parla Melissa Cardoza, portavoce del Frente de Resistencia Popular che unisce movimenti e cittadini contro il golpe

Voci di manifestazioni represse nel sangue in giro per il paese, centinaia di compagni arrestati e spariti nel nulla, l'esercito che blocca le persone che ancora in queste ore tentano di entrare a Tegucigalpa per protestare, ed il cadavere di un manifestante pestato a sangue abbandonato per le strade della capitale, a mo' di avvertimento. Mentre migliaia di persone si stanno nuovamente mettendo in marcia per le strade della capitale, nella speranza che finalmente nelle prossime ore il presidente Manuel Zelaya rimetta piede in Honduras, il governo golpista non sembra disposto a retrocedere, nonostante l'isolamento internazionale. E nella confusione di queste ore si fa più forte la paura di una svolta violenta della crisi in cui è piombato il paese con il colpo di stato del 28 giugno. «Ci sono segnali inquietanti - afferma Melissa Cardoza, una delle portavoci del Frente de Resistencia popular, creato per unire movimenti e cittadini che si oppongono al golpe. - Sia ben chiaro che i golpisti non sono macchiette, ma fascisti pronti a tutto e c'è il rischio che nei prossimi giorni aumenti la repressione. C'è bisogno di uno sforzo di solidarietà internazionale per fermarli».
Com'è la situazione a Tegucigalpa in questo momento?
Nella capitale ci sono decine di migliaia di manifestanti, che sono giunti da ogni angolo dell'Honduras: contadini, operai, medici e maestri, uomini e donne, giovani e anziani. L'esercito per ora se ne sta in disparte e non attacca le manifestazioni che finora si sono comportate in maniera assolutamente pacifica. Ma c'è il rischio che presto la situazione cambi e cominci il massacro.
Le manifestazioni fanno traballare il governo golpista?
Purtroppo no. Il governo non sembra intenzionato a retrocedere dalle sue posizioni. Nonostante ciò il nostro morale è molto alto. Nella storia dell'Honduras non si erano mai viste manifestazioni grandi come quelle di questi giorni e con persone tanto diverse. Siamo convinti di essere dalla parte del diritto e continueremo a lottare finché il presidente non tornerà in carica.
Sembra che alcuni reparti dell'esercito si siano distanziati dai golpisti. Puoi confermare?
E' vero che alcuni reparti si stanno rifiutando di obbedire agli ordini o che quantomeno stanno a guardare come evolve la situazione. Ma nessun reparto è ancora uscito allo scoperto per sostenere i manifestanti e ripristinare lo stato di diritto. La stragrande maggioranza dell'esercito appoggia i golpisti come pure la chiesa evangelica e cattolica e le imprese, che in questi giorni stanno costringono i lavoratori a manifestare in favore del colpo di stato.
Qual è la vostra posizione rispetto al presidente Zelaya
Qui in piazza solo alcuni sono sostenitori di Zelaya o del suo partito. Certo, molti tra di noi sono scettici verso le istituzioni liberaldemocratiche ed il sistema capitalista da cui dipendono. Ma a questo punto l'unica garanzia che abbiamo è il ritorno del presidente legittimamente eletto. Quello che ci unisce è l'indignazione per il colpo di stato. Siamo usciti dalla dittatura solo 28 anni fa, e sappiamo bene cosa significa la violenza e la repressione. Nessuno vuole tornare a quel passato.
Quali prospettive per il futuro?
Difficile a dirsi. Fuori da questa crisi può venire fuori veramente di tutto. Potrebbero arrivare giorni terribili se il golpe riuscisse ad andare avanti e cominciassero i massacri. Ma tra di noi c'è pure molta speranza nel futuro e nel ritorno di Zelaya, che dovrà pur tenere in conto che è stato salvato dai movimenti sociali. Vogliamo che il presidente torni immediatamente, poi vedremo il da farsi.