Le cime delle funi volano sopra il recinto elettrificato che protegge la centrale a carbone di Ratcliffe-on-Soar, vicino a Nottingham, di proprietà della multinazionale E.on.
Piccoli arpioni montati sui capi si agganciano attorno ai pali della barriera e gruppi di ragazzi cominciano a tirare la fune urlando: «Mai più carbone». «Centrali come queste sono dei dinosauri - protesta Tom, 25enne arrivato da Londra per partecipare alla protesta -: sono una tecnologia vecchia e dannosa. È ora che i governi cambino la maniera in cui produciamo energia».
I pali verdi cominciano a piegarsi sotto l'impeto dei manifestanti, mentre tenaglie aprono buchi nella rete. Ma dentro il perimetro della centrale elettrica le giacchette catarifrangenti della polizia fanno muro chiudendo ogni breccia. Arrestano i pochi attivisti che riescono a filtrare o a scavalcare la barriera. E la montagna di carbone che alimenta le ciminiere della centrale a carbone rimane un nemico vicino ma al tempo stesso irraggiungibile.
In oltre mille hanno preso parte ieri alla protesta per denunciare la follia delle centrali a carbone, il combustibile che produce la maggior quantità di anidride carbonica. «Sono qui perché ho due figli di cinque ed undici anni - racconta James, assistente sociale di Bedford -. Centrali come questa stanno distruggendo il loro futuro. Il pianeta in cui loro vivranno sarà molto più inospitale di quello in cui sono vissuto io».
Organizzati in quattro blocchi differenti, si sono radunati nei boschi e nei campi vicini alla centrale per poi dirigersi - guidati da messaggi diffusi via sms e su twitter - verso diversi punti del perimetro. Intorno all'una i primi drappelli sono giunti in prossimità del cancello principale ed i gruppi più radicali hanno cominciato ad abbattere le barriere innalzate in previsione della protesta.
Poi, alle due, un gruppo di alcune decine di attivisti è riuscito a sfondare in prossimità della grande ciminiera che ogni anno immette nell'atmosfera oltre sei milioni di tonnellate di Co2 ma è stato bloccato dagli agenti prima che potesse sabotare l'impianto.
Un nuovo tentativo di sfondamento di massa attorno alle 3 ha visto uno scontro fisico tra la polizia e i manifestanti. Un agente e diversi attivisti sono stati portati via in ambulanza. Decine i detenuti.
domenica 18 ottobre 2009
giovedì 15 ottobre 2009
Due vittorie per il clima
Due vittorie in due settimane per il movimento britannico contro il cambiamento climatico - alla vigilia della protesta prevista questo fine settimana contro la centrale a carbone di Ratcliffe-on-Soar vicino a Nottingham, in Inghilterra, proprietà della multinazionale E.on, sono stati bloccati altri due progetti che negli ultimi anni avevano sollevato grandi proteste: l'espansione dell'aeroporto di Heathrow e la costruzione di una nuova centrale a carbone a Kingsnorth nel Kent. Baa, compagnia controllata dalla multinazionale spagnola Ferrovial, che ha in gestione lo scalo di Londra, ha affermato che congelerà i piani per la costruzione di una terza pista causa l'avvicinarsi delle prossime elezioni politiche, in cui probabilmente vinceranno i conservatori che si sono detti contrari al contestato progetto. La settimana scorsa invece E.on, la più grande azienda energetica privata in Europa, con sede a Düsseldorf, ha annunciato il rinvio di almeno due o tre anni per la centrale a carbone a Kingsnorth. La ragione ufficiale è il calo di domanda di energia in seguito alla recessione. Ma è probabile che abbiano pesato le forti proteste degli ultimi 3 anni.
Lo stop a due progetti che nel Regno Unito sono diventati il simbolo dell'ipocrisia di governo e multinazionali di fronte al problema del cambiamento del clima è stato accolto come un segnale propizio in vista di Copenhagen, dove in dicembre il vertice dell'Onu sul clima sarà contestato di migliaia di manifestanti. La compagnia NoTrag, che si oppone all'espansione degli aeroporti, ha festeggiato il congelamento dell'espansione a Heathrow affermando che si tratta di «una vittoria per le prossime generazioni». Per Emma Jackson, portavoce del Climate Camp, il gruppo che ha organizzato campeggi di protesta a Heathrow e Kingsnorth nell'estate del 2007 e del 2008, «E.on e BAA stanno riconoscendo che non è più tempo per crimini climatici e centrali a carbone. Ora è venuto il momento di spegnere le centrali a carbone che sono già in funzione. E' per questo motivo che nei prossimi giorni saremo alla volta di Ratcliffe-on-Soar».
Sabato e domenica dunque la centrale a carbone da 2034 megawatt nei pressi di Nottingham sara' l'obiettivo di una protesta denominata «The Great Climate Swoop», il grande assalto climatico, con cui gli attivisti ecologisti puntano a spegnere per diverse ore un'impianto che emette ogni anno nove milioni di tonnellate di anidride carbonica. Centinaia di persone convergeranno da diversi punti intorno alla centrale, organizzati in piccoli gruppi, armati di lucchetti e colla a presa rapida per bloccare i cancelli d'entrata e badili per svuotare i vagoni colmi di carbone che entrano nell'impianto. Sul sito web del Climate Camp i partecipanti possono scaricare una mappa della zona e iscriversi a un servizio di informazione via sms che coordinerà l'azione in tempo reale.
Con questa protesta gli attivisti del Climate Camp puntano ancora una volta il dito contro il carbone, il combustibile fossile che produce la più alta quantità di anidride carbonica per unità di energia. Ed Miliband, sottosegretario per il cambiamento climatico e le energie alternative nel governo britannico, ponte tra il governo e l'ala più istituzionale del movimento ecologista, continua a sostenere che il «carbone pulito» - con la costruzione di impianti di cattura e sequestro dell'anidride carbonica - può essere parte di un nuovo sistema energetico sostenibile. Ma per gli attivisti che questo fine settimana circonderanno Ratcliffe-on-Soar, l'unica cosa da fare con il carbone è lasciarlo sotto terra.
Lo stop a due progetti che nel Regno Unito sono diventati il simbolo dell'ipocrisia di governo e multinazionali di fronte al problema del cambiamento del clima è stato accolto come un segnale propizio in vista di Copenhagen, dove in dicembre il vertice dell'Onu sul clima sarà contestato di migliaia di manifestanti. La compagnia NoTrag, che si oppone all'espansione degli aeroporti, ha festeggiato il congelamento dell'espansione a Heathrow affermando che si tratta di «una vittoria per le prossime generazioni». Per Emma Jackson, portavoce del Climate Camp, il gruppo che ha organizzato campeggi di protesta a Heathrow e Kingsnorth nell'estate del 2007 e del 2008, «E.on e BAA stanno riconoscendo che non è più tempo per crimini climatici e centrali a carbone. Ora è venuto il momento di spegnere le centrali a carbone che sono già in funzione. E' per questo motivo che nei prossimi giorni saremo alla volta di Ratcliffe-on-Soar».
Sabato e domenica dunque la centrale a carbone da 2034 megawatt nei pressi di Nottingham sara' l'obiettivo di una protesta denominata «The Great Climate Swoop», il grande assalto climatico, con cui gli attivisti ecologisti puntano a spegnere per diverse ore un'impianto che emette ogni anno nove milioni di tonnellate di anidride carbonica. Centinaia di persone convergeranno da diversi punti intorno alla centrale, organizzati in piccoli gruppi, armati di lucchetti e colla a presa rapida per bloccare i cancelli d'entrata e badili per svuotare i vagoni colmi di carbone che entrano nell'impianto. Sul sito web del Climate Camp i partecipanti possono scaricare una mappa della zona e iscriversi a un servizio di informazione via sms che coordinerà l'azione in tempo reale.
Con questa protesta gli attivisti del Climate Camp puntano ancora una volta il dito contro il carbone, il combustibile fossile che produce la più alta quantità di anidride carbonica per unità di energia. Ed Miliband, sottosegretario per il cambiamento climatico e le energie alternative nel governo britannico, ponte tra il governo e l'ala più istituzionale del movimento ecologista, continua a sostenere che il «carbone pulito» - con la costruzione di impianti di cattura e sequestro dell'anidride carbonica - può essere parte di un nuovo sistema energetico sostenibile. Ma per gli attivisti che questo fine settimana circonderanno Ratcliffe-on-Soar, l'unica cosa da fare con il carbone è lasciarlo sotto terra.
martedì 13 ottobre 2009
Crisi nera, Brown si vende pure il tunnel nella Manica
Che inventarsi per uscire dalle sabbie mobili di una crisi prodotta dalle follie del mercato? Niente di meglio che una bella svendita di beni pubblici ai privati. Questa la soluzione suggerita dal primo ministro britannico Gordon Brown che ieri, nel giorno di riapertura ufficiale del parlamento del Regno Unito dopo la pausa estiva, ha reso noto un piano di privatizzazioni del valore di 16 miliardi di sterline, con cui il governo punta a tenere sotto controllo una spesa pubblica con il deficit schizzato al 10% del Pil: il valore più alto tra i paesi Ue.
Tra le proprietà che il governo vuole cedere al mercato spicca la bretella ferroviaria ad alta velocità tra la stazione di San Pancras a Londra e l'imbocco dell'Eurotunnel, costata allo stato 6 miliardi di sterline. Parte della «lenzuolata» voluta da Brown pure la compagnia proprietaria del sistema di scommesse Tote, il ponte stradale di Dartford sul Tamigi - collegamento strategico tra la capitale e il Sud-est del paese -, il fondo per i prestiti d'onore degli studenti universitari e la quota pubblica in Urenco, una compagnia che si occupa dell'arricchimento di uranio per le centrali nucleari. Illustrando l'operazione ad una riunione di imprenditori, Brown ha affermato che spera di ricavare da queste vendite 3 miliardi di sterline. I restanti 13 miliardi dovrebbero arrivare da cessioni di immobili pubblici detenuti dagli enti locali, il cui patrimonio è stimato in 220 miliardi di sterline. Se il piano andasse in porto, si tratterebbe della più grande ondata di privatizzazioni dopo quelle degli anni '80, con cui un milione di lavoratori passarono dal pubblico al privato, e milioni di sudditi di Sua Maestà si trasformarono in azionisti.
Critiche e reazioni indignate sono seguite all'annuncio dell'operazione voluta da un primo ministro che si vuole difendere dagli attacchi dei conservatori che lo accusano di aver mandato il Regno Unito sull'orlo della bancarotta. Il Guardian ha parlato di «svendita a prezzi stracciati», mentre i Tory hanno affermato che l'operazione non rimedierà alle perdite del bilancio pubblico. Il responsabile economico dei liberaldemocratici, Vince Cable, ha definito il piano di vendita «un'operazione strampalata» nell'attuale situazione economica. Particolarmente duro il sindacato Rmt che rappresenta lavoratori impiegati per la pulizia dei treni Eurostar che passano sotto la Manica, che ha parlato di un Brown «sull'orlo della disperazione». Forti proteste anche da parte del sindacato dei ricercatori e professori universitari Ucu che ha denunciato che la vendita del fondo dei prestiti d'onore rischia di mettere in forse il diritto allo studio dei tanti giovani che vi devono fare ricorso a prestiti di fronte alla diminuzione drastica delle borse di studio e alla crescita delle tasse universitarie.
In molti dubitano che Brown riuscirà ad ottenere la cifra sperata, dato che aveva già tentato inutilmente di cedere la compagnia di scommesse Tote, quote del fondo per i prestiti d'onore e beni immobili pubblici sin dal 1998. Quello che è sicuro è che questo piano è l'ennesimo segnale che dopo aver superato la fase più critica della crisi finanziaria il mondo politico britannico sembra ansioso di ritornare al dettame neoliberista del meno tasse, tagli alla spesa pubblica e largo ai privati. E con un governo conservatore alle porte invece di tartassare i più ricchi che sono scampati alle conseguenze della crisi, un esangue governo Labour non sa inventarsi di meglio che «svendere l'argenteria di famiglia».
E Ieri Downing Street ha annunciato che il primo ministro restituirà oltre 12.000 sterline di rimborsi per spese di giardinaggio e di pulizia come stabilito dalla commissione indipendenti messa in piedi per fare chiarezza sullo scandalo dei rimborsi gonfiati che ha fatto traballare le istituzioni britanniche nel giugno scorso.
Tra le proprietà che il governo vuole cedere al mercato spicca la bretella ferroviaria ad alta velocità tra la stazione di San Pancras a Londra e l'imbocco dell'Eurotunnel, costata allo stato 6 miliardi di sterline. Parte della «lenzuolata» voluta da Brown pure la compagnia proprietaria del sistema di scommesse Tote, il ponte stradale di Dartford sul Tamigi - collegamento strategico tra la capitale e il Sud-est del paese -, il fondo per i prestiti d'onore degli studenti universitari e la quota pubblica in Urenco, una compagnia che si occupa dell'arricchimento di uranio per le centrali nucleari. Illustrando l'operazione ad una riunione di imprenditori, Brown ha affermato che spera di ricavare da queste vendite 3 miliardi di sterline. I restanti 13 miliardi dovrebbero arrivare da cessioni di immobili pubblici detenuti dagli enti locali, il cui patrimonio è stimato in 220 miliardi di sterline. Se il piano andasse in porto, si tratterebbe della più grande ondata di privatizzazioni dopo quelle degli anni '80, con cui un milione di lavoratori passarono dal pubblico al privato, e milioni di sudditi di Sua Maestà si trasformarono in azionisti.
Critiche e reazioni indignate sono seguite all'annuncio dell'operazione voluta da un primo ministro che si vuole difendere dagli attacchi dei conservatori che lo accusano di aver mandato il Regno Unito sull'orlo della bancarotta. Il Guardian ha parlato di «svendita a prezzi stracciati», mentre i Tory hanno affermato che l'operazione non rimedierà alle perdite del bilancio pubblico. Il responsabile economico dei liberaldemocratici, Vince Cable, ha definito il piano di vendita «un'operazione strampalata» nell'attuale situazione economica. Particolarmente duro il sindacato Rmt che rappresenta lavoratori impiegati per la pulizia dei treni Eurostar che passano sotto la Manica, che ha parlato di un Brown «sull'orlo della disperazione». Forti proteste anche da parte del sindacato dei ricercatori e professori universitari Ucu che ha denunciato che la vendita del fondo dei prestiti d'onore rischia di mettere in forse il diritto allo studio dei tanti giovani che vi devono fare ricorso a prestiti di fronte alla diminuzione drastica delle borse di studio e alla crescita delle tasse universitarie.
In molti dubitano che Brown riuscirà ad ottenere la cifra sperata, dato che aveva già tentato inutilmente di cedere la compagnia di scommesse Tote, quote del fondo per i prestiti d'onore e beni immobili pubblici sin dal 1998. Quello che è sicuro è che questo piano è l'ennesimo segnale che dopo aver superato la fase più critica della crisi finanziaria il mondo politico britannico sembra ansioso di ritornare al dettame neoliberista del meno tasse, tagli alla spesa pubblica e largo ai privati. E con un governo conservatore alle porte invece di tartassare i più ricchi che sono scampati alle conseguenze della crisi, un esangue governo Labour non sa inventarsi di meglio che «svendere l'argenteria di famiglia».
E Ieri Downing Street ha annunciato che il primo ministro restituirà oltre 12.000 sterline di rimborsi per spese di giardinaggio e di pulizia come stabilito dalla commissione indipendenti messa in piedi per fare chiarezza sullo scandalo dei rimborsi gonfiati che ha fatto traballare le istituzioni britanniche nel giugno scorso.
domenica 4 ottobre 2009
L'impaurita Irlanda si pente: una valanga di sì
Un sospiro di sollievo percorre l'Irlanda dopo che la vittoria del si al referendum sul trattato europeo invade l'etere. Non solo per un risultato che aggancia saldamente l'Irlanda ad un Europa vista sempre più come un salvagente in mezzo alla tempesta, ma pure per la sensazione di essersi tolti di mezzo un fastidioso impaccio per un paese che sembra avere al momento ben altre urgenze che l'oscuro progetto di riforma delle istituzioni della Unione europea. Il si stravince con il 67% contro il 32.9 del no, superando le previsioni e dando il via libera all'implementazione del trattato di Lisbona, a meno di sorprese che potrebbero arrivare da Polonia, e Repubblica ceca, gli unici due paesi che assieme all'Irlanda non l'avevano ancora ratificato.
Il 20% degli elettori irlandesi hanno cambiato opinione rispetto al referendum del giugno 2008, dove prevalse il no. Un responso legittimato da un'affluenza del 58% in aumento rispetto al 53% di un anno fa, con molti elettori che hanno approfittato delle ultime ore a disposizione per partecipare alla consultazione. Festeggia il premier («Taoiseach» in gaelico) Brian Cowen che rischiava di affondare se fosse passato nuovamente il no e che ieri affermava che «dobbiamo lavorare con i nostri partner europei per assicurare che le riforme di questo trattato vengano attuate». E festeggia pure la tecnocrazia di Bruxelles, con Manuel Barroso che ieri ha accolto raggiante il risultato sostenendo che «l'Irlanda ha riconosciuto il ruolo che l'Unione europea ha giocato per rispondere alla crisi economica».
Delusione sul fronte del no. Declan Ganley, il businessman leader del gruppo anti-europeista Libertas, ha sostenuto «che non siamo riusciti a prevalere, ma abbiamo detto la verità e sono orgoglioso di questo». Per il parlamentare europeo del partito socialista Joe Higgins, il risultato è frutto di una «campagna di paura ed intimidazione sostenuta dalla élites politiche d economiche e dal mondo dei media».
L'impressione che si registra parlando con gli elettori a Dublino è che la sconfitta del referendum un anno fa fosse dovuta a una carenza di informazione riguardo al contenuto del trattato. «Bene per noi e bene per l'Europa. Questa sera ci sarà da brindare a pinte di Guinness per me e per te», afferma un signore di 63 che abita nella zona sud della capitale irlandese, che ha visto uno dei maggiori spostamenti di voto dal no al si. «C'erano un paio di punti del trattato che la gente non aveva capito, per colpa del governo che non aveva spiegato bene per cosa si andava a votare. Noi non siamo mica come gli inglesi. Noi ci crediamo all'Europa. E con questo referendum siamo riusciti a rimanere ancora una volta al centro del dibattito e a mantenere un'influenza molto grande considerando che siamo una piccola nazione».
La campagna per il referendum si è concentrata sulla situazione economica in un paese dove la disoccupazione ha raggiunto quota 12,6%. La tigre celtica, si è trasformata in un micietto impaurito nel giro di pochi mesi, con il Fondo monetario internazionale che prevede che nel 2010 l'economia irlandese si sarà contratta del 13% rispetto al 2008, una vera e propria decimazione. Responsabile per il collasso una politica economica che ha puntato ancora più che altrove sul settore immobiliare, come pure il crollo della sterlina, che ha affossato il valore delle esportazioni in un paese per cui il Regno unito è il primo partner commerciale. Di fronte a questa situazione molti elettori hanno ritenuto più prudente dare un segnale di fedeltà alle istituzioni europee, che in passato avevano riversato ingenti quantità di denaro nel quadro dei programmi regionali di sviluppo.
La vittoria nel referendum allunga la vita all'impopolare governo di Brian Cowen, del liberale Fianna Fail, sostenuto pure dai verdi. Un esecutivo che si trova ai minimi di popolarità ed è accusato pure di sprechi e di corruzione. Ma secondo molti commentatori la fine è vicina, e Brian Cowen sarà mandato a casa prima di Natale. Il prossimo ostacolo è l'approvazione in parlamento del controverso provvedimento NAMA (National Asset Management Agency), che creerebbe un'ente per comprare 4 miliardi di euro di «titoli tossici», e che segue un simile piano da 2 miliardi varato a gennaio. Un intervento che vale il 2% del pil e i cui fondi saranno raccolti con pesanti tagli alla spesa pubblica. I sindacati hanno affermato che si tratta di una «decisione brutale» e hanno annunciato una grande protesta per il 6 di novembre.
Il risultato positivo del referendum irlandese potrebbe innescare una reazione a catena in Cecoslovacchia e Polonia che erano rimasti alla finestra in attesa del responso irlandese come. Forte imbarazzo tra i conservatori britannici che ieri hanno aperto il loro congresso a Manchester e con David Cameron primo ministro in pectore che potrebbe essere costretto ad un'imbarazzante passo indietro sull'opposizione al trattato di Lisbona, per non isolarsi ulteriormente sul fronte europeo dove si è già fatto molti nemici.
Il 20% degli elettori irlandesi hanno cambiato opinione rispetto al referendum del giugno 2008, dove prevalse il no. Un responso legittimato da un'affluenza del 58% in aumento rispetto al 53% di un anno fa, con molti elettori che hanno approfittato delle ultime ore a disposizione per partecipare alla consultazione. Festeggia il premier («Taoiseach» in gaelico) Brian Cowen che rischiava di affondare se fosse passato nuovamente il no e che ieri affermava che «dobbiamo lavorare con i nostri partner europei per assicurare che le riforme di questo trattato vengano attuate». E festeggia pure la tecnocrazia di Bruxelles, con Manuel Barroso che ieri ha accolto raggiante il risultato sostenendo che «l'Irlanda ha riconosciuto il ruolo che l'Unione europea ha giocato per rispondere alla crisi economica».
Delusione sul fronte del no. Declan Ganley, il businessman leader del gruppo anti-europeista Libertas, ha sostenuto «che non siamo riusciti a prevalere, ma abbiamo detto la verità e sono orgoglioso di questo». Per il parlamentare europeo del partito socialista Joe Higgins, il risultato è frutto di una «campagna di paura ed intimidazione sostenuta dalla élites politiche d economiche e dal mondo dei media».
L'impressione che si registra parlando con gli elettori a Dublino è che la sconfitta del referendum un anno fa fosse dovuta a una carenza di informazione riguardo al contenuto del trattato. «Bene per noi e bene per l'Europa. Questa sera ci sarà da brindare a pinte di Guinness per me e per te», afferma un signore di 63 che abita nella zona sud della capitale irlandese, che ha visto uno dei maggiori spostamenti di voto dal no al si. «C'erano un paio di punti del trattato che la gente non aveva capito, per colpa del governo che non aveva spiegato bene per cosa si andava a votare. Noi non siamo mica come gli inglesi. Noi ci crediamo all'Europa. E con questo referendum siamo riusciti a rimanere ancora una volta al centro del dibattito e a mantenere un'influenza molto grande considerando che siamo una piccola nazione».
La campagna per il referendum si è concentrata sulla situazione economica in un paese dove la disoccupazione ha raggiunto quota 12,6%. La tigre celtica, si è trasformata in un micietto impaurito nel giro di pochi mesi, con il Fondo monetario internazionale che prevede che nel 2010 l'economia irlandese si sarà contratta del 13% rispetto al 2008, una vera e propria decimazione. Responsabile per il collasso una politica economica che ha puntato ancora più che altrove sul settore immobiliare, come pure il crollo della sterlina, che ha affossato il valore delle esportazioni in un paese per cui il Regno unito è il primo partner commerciale. Di fronte a questa situazione molti elettori hanno ritenuto più prudente dare un segnale di fedeltà alle istituzioni europee, che in passato avevano riversato ingenti quantità di denaro nel quadro dei programmi regionali di sviluppo.
La vittoria nel referendum allunga la vita all'impopolare governo di Brian Cowen, del liberale Fianna Fail, sostenuto pure dai verdi. Un esecutivo che si trova ai minimi di popolarità ed è accusato pure di sprechi e di corruzione. Ma secondo molti commentatori la fine è vicina, e Brian Cowen sarà mandato a casa prima di Natale. Il prossimo ostacolo è l'approvazione in parlamento del controverso provvedimento NAMA (National Asset Management Agency), che creerebbe un'ente per comprare 4 miliardi di euro di «titoli tossici», e che segue un simile piano da 2 miliardi varato a gennaio. Un intervento che vale il 2% del pil e i cui fondi saranno raccolti con pesanti tagli alla spesa pubblica. I sindacati hanno affermato che si tratta di una «decisione brutale» e hanno annunciato una grande protesta per il 6 di novembre.
Il risultato positivo del referendum irlandese potrebbe innescare una reazione a catena in Cecoslovacchia e Polonia che erano rimasti alla finestra in attesa del responso irlandese come. Forte imbarazzo tra i conservatori britannici che ieri hanno aperto il loro congresso a Manchester e con David Cameron primo ministro in pectore che potrebbe essere costretto ad un'imbarazzante passo indietro sull'opposizione al trattato di Lisbona, per non isolarsi ulteriormente sul fronte europeo dove si è già fatto molti nemici.
giovedì 1 ottobre 2009
New Tory? La crisi la pagheranno i poveri
«Trenta anni fa abbiamo vinto le elezioni lottando contro le tasse al 98% per i più ricchi. Oggi dobbiamo mostrare che siamo indignati di fronte alle ingiustizie verso i più poveri». Nel discorso di chiusura del congresso del partito conservatore a Manchester - a poco più di sette mesi da elezioni che potrebbero vedere il ritorno dei conservatori a Downing Street dopo 12 anni di opposizione - il leader dell'opposizione David Cameron, ha presentato i Tory come un partito che ha cambiato pelle. Un partito «progressista» impegnato per la giustizia sociale e rispettoso delle minoranze. Un partito che può riuscire a «rimettere la Gran Bretagna in piedi» senza produrre tensioni tra le classi sociali.
Quarantadue anni, di cui quattro alla guida del partito di Margaret Thatcher, il leader dei conservatori ha puntato tutto il suo discorso sul tentativo di conquistare la fiducia di quei tanti sudditi di Sua Maestà che non ne vogliono più sapere del Labour ma sono ancora lungi dall'essere innamorati dei conservatori. Al centro del suo intervento, l'immagine di un «paese rotto», oberato dal debito pubblico, sfiancato dalla disoccupazione, lacerato dalla crisi delle famiglie e inquieto per una gioventù priva di speranza e prona alla violenza. La soluzione? Non più il «big government» offerto dal Labour. Non uno «stato forte» ma «una società forte, famiglie forti, comunità forti» ed una «assunzione di responsabilità» da parte dei cittadini. Espressioni che riecheggiano la retorica della responsabilità di Barack Obama, molto ammirato da Cameron, con le scritte «pronti per il cambiamento» che campeggiano sulle pareti del centro conferenze. Il tutto all'insegna del «conservatorismo compassionevole», la nuova ideologia che Cameron ha preparato per convincere quella parte della Gran Bretagna che ancora si ricorda del cinismo dell'era Thatcher. Ma quanto c'è di vero in questo cambiamento di quello che ancora in molti chiamano il «nasty party», il partito cattivo?
«Non sono più il partito razzista e omofobo degli anni '80», sostengono i giornalisti del Guardian e dell'Independent che hanno assistito al congresso, facendo notare come nel programma abbondassero eventi dedicati a ambiente, multiculturalità e diritti di gay e lesbiche, e tra i delegati ci fossero più donne e componenti di minoranze etniche rispetto al passato. Ma non molto sembra essere cambiato sul fronte della politica economica, dove la parola d'ordine è quella del libero mercato e del taglio alla spesa pubblica.
Per il cancelliere ombra George Osborne servirà una nuova era di austerità per rimettere in sesto le finanze pubbliche. A pagarla saranno famiglie a basso reddito, disoccupati e dipendenti pubblici. Violando l'usanza di non svelare tagli pesanti prima delle elezioni, Osborne ha annunciato un congelamento dei redditi per un anno che colpirà 5 milioni di dipendenti pubblici. L'aumento dell'età pensionabile a 66 anni verrà anticipato dal 2020 al 2016. Cancellati provvedimenti a favore dei bambini più poveri. E i conservatori hanno pure in serbo tagli pesanti ai sussidi di disoccupazione «perché tutte le persone che possono lavorare devono lavorare».
«Siamo tutti sulla stessa barca», ha rassicurato Osborne affermando che ogni classe sociale dovrà fare la sua parte per contribuire a sanare la crisi economica, e che il governo Tory.
Tuttavia la classe imprenditoriale e finanziaria che durante il periodo di crescita dell'economia dell'ultimo decennio ha ingrandito il proprio patrimonio e ristrutturato le proprie case di campagna verrà in buona parte risparmiata dalla nuova politica di austerità. L'aliquota per i redditi più alti innalzata dal 45 al 50% nell'ultima finanziaria targata Labour verrà mantenuta ha promesso Osborne. Ma la tassa sull'eredità verrà cancellata per patrimoni inferiori ad un milione di sterline. «Faremo una riforma sociale tanto radicale quanto quella economica della Thatcher», ha promesso ieri Cameron a un paese che ancora non si fida dei Tory. E a vedere quello che intendono per riforma sociale c'è proprio da aver paura.
Quarantadue anni, di cui quattro alla guida del partito di Margaret Thatcher, il leader dei conservatori ha puntato tutto il suo discorso sul tentativo di conquistare la fiducia di quei tanti sudditi di Sua Maestà che non ne vogliono più sapere del Labour ma sono ancora lungi dall'essere innamorati dei conservatori. Al centro del suo intervento, l'immagine di un «paese rotto», oberato dal debito pubblico, sfiancato dalla disoccupazione, lacerato dalla crisi delle famiglie e inquieto per una gioventù priva di speranza e prona alla violenza. La soluzione? Non più il «big government» offerto dal Labour. Non uno «stato forte» ma «una società forte, famiglie forti, comunità forti» ed una «assunzione di responsabilità» da parte dei cittadini. Espressioni che riecheggiano la retorica della responsabilità di Barack Obama, molto ammirato da Cameron, con le scritte «pronti per il cambiamento» che campeggiano sulle pareti del centro conferenze. Il tutto all'insegna del «conservatorismo compassionevole», la nuova ideologia che Cameron ha preparato per convincere quella parte della Gran Bretagna che ancora si ricorda del cinismo dell'era Thatcher. Ma quanto c'è di vero in questo cambiamento di quello che ancora in molti chiamano il «nasty party», il partito cattivo?
«Non sono più il partito razzista e omofobo degli anni '80», sostengono i giornalisti del Guardian e dell'Independent che hanno assistito al congresso, facendo notare come nel programma abbondassero eventi dedicati a ambiente, multiculturalità e diritti di gay e lesbiche, e tra i delegati ci fossero più donne e componenti di minoranze etniche rispetto al passato. Ma non molto sembra essere cambiato sul fronte della politica economica, dove la parola d'ordine è quella del libero mercato e del taglio alla spesa pubblica.
Per il cancelliere ombra George Osborne servirà una nuova era di austerità per rimettere in sesto le finanze pubbliche. A pagarla saranno famiglie a basso reddito, disoccupati e dipendenti pubblici. Violando l'usanza di non svelare tagli pesanti prima delle elezioni, Osborne ha annunciato un congelamento dei redditi per un anno che colpirà 5 milioni di dipendenti pubblici. L'aumento dell'età pensionabile a 66 anni verrà anticipato dal 2020 al 2016. Cancellati provvedimenti a favore dei bambini più poveri. E i conservatori hanno pure in serbo tagli pesanti ai sussidi di disoccupazione «perché tutte le persone che possono lavorare devono lavorare».
«Siamo tutti sulla stessa barca», ha rassicurato Osborne affermando che ogni classe sociale dovrà fare la sua parte per contribuire a sanare la crisi economica, e che il governo Tory.
Tuttavia la classe imprenditoriale e finanziaria che durante il periodo di crescita dell'economia dell'ultimo decennio ha ingrandito il proprio patrimonio e ristrutturato le proprie case di campagna verrà in buona parte risparmiata dalla nuova politica di austerità. L'aliquota per i redditi più alti innalzata dal 45 al 50% nell'ultima finanziaria targata Labour verrà mantenuta ha promesso Osborne. Ma la tassa sull'eredità verrà cancellata per patrimoni inferiori ad un milione di sterline. «Faremo una riforma sociale tanto radicale quanto quella economica della Thatcher», ha promesso ieri Cameron a un paese che ancora non si fida dei Tory. E a vedere quello che intendono per riforma sociale c'è proprio da aver paura.
mercoledì 9 settembre 2009
La campagna di Cuneo delle camicie verdi
Una bandiera della Lega Nord sta bell'esposta sul portellone del camion di un ambulante all'entrata del mercato di Cuneo in piazza Galimberti, dove ogni martedì centinaia di persone accorrono dalle campagne e sin dalla Francia per comprare vestiti, scarpe, prodotti per la casa. Sotto l'ombra dei tendoni, spiccano anche banchi gestiti da venditori cinesi e maghrebini. Fu da un balcone che si affaccia su questa piazza che Duccio Galimberti nel luglio del 1943 esortò i cuneesi alla resistenza contro il nazifascismo affermando che «la guerra continua fino alla cacciata dell'ultimo tedesco».
Oggigiorno, in assenza dello «straniero invasore» e delle SS di Joachim Peiper che appiccarono roghi nel paesino di Boves, a preoccupare un numero crescente di abitanti della Granda, sono gli immigrati, che si sono stabiliti velocemente in questa provincia a bassa densità di popolazione, che prima della crisi abbondava di posti di lavoro. A raccogliere i frutti di questa preoccupazione è stata la Lega Nord, che nelle ultime elezioni amministrative, ha ottenuto la guida della provincia, in precedenza in mano al forzista Raffaele Costa, liberale ex ministro della Sanità, esponente del notabilato e fustigatore degli sprechi della pubblica amministrazione. A succedergli a capo di una coalizione che ottenuto il 52% dei voti (di cui il 22% alla Lega), Gianna Gancia, 37enne, piccola imprenditrice vinicola, personaggio sconosciuto prima della campagna elettorale. Salita alla ribalta nelle vesti di compagna affettiva del Calderoli, ministro della semplificazione ed indossatore di magliette anti-maomettane.
Sono stimati attorno a 45.000 persone, circa l'8% della popolazione, gli immigrati nella provincia Granda. Comunità etniche che si sono installate in maniera specializzata nei diversi distretti di un'economia provinciale che detiene un livello record di imprese per abitante: i cinesi a lavorare come scalpellini nelle cave di pietra di Barge e Bagnolo, i macedoni a raccogliere l'uva nelle Langhe, gli indiani a mungere le vacche nella pianura, gli albanesi a lavorare nell'edilizia, le rumene a badare ai vecchietti di una popolazione sempre più anziana. «Dopo il caos degli anni '90, le comunità di migranti si sono ben stabilizzate - spiega Bruna Gerbaudo, del centro migranti del comune di Cuneo - In assenza di una politica pubblica d'integrazione, le catene migratorie si sono auto-organizzate, e spesso si sono integrate in maniera più diffusa e meno problematica rispetto ad altre zone del Piemonte e del Nord Italia».
Il livello di criminalità in questa provincia isolata e tranquilla continua ad essere ben sotto il livello di guardia, e al momento non vi è sentore di violenza a carattere razziale, nonostante un'indagine abbia mostrato un aumento di xenofobia nelle scuole. E per il momento a Cuneo niente ronde - assicurano i leghisti locali - «ma dobbiamo stare all'erta». Ma sta di fatto che qui come in altre zone della Padania, l'immigrato spesso suscita paura e sdegno, in particolar modo tra gli anziani e in alcune zone rurali marginali, dove negli ultimi anni e diventato sempre più difficile tirare a campare con un po' di vacche ed un noccioleto.
«Ma vui a la fin, seve cui ca stan coi moru o contra ai moru?» si è sentito chiedere nei mercati di paese il candidato del Pd Mino Taricco, assessore regionale all'Agricoltura. «La questione degli immigrati ha fatto una breccia enorme. - racconta Taricco - La gente associa mentalmente l'immigrato con i problemi economici, lo vede come il simbolo di una globalizzazione che ha portato insicurezza». Questo senso d'insicurezza, secondo Ezio Bernardi direttore de La Guida, il settimanale della curia sta favorendo «un mutamento genetico dell'elettorato cuneese, storicamente liberale per eccellenza, molto legato ai valori della resistenza e delle istituzioni e caratterizzato da un rifiuto degli estremismi. Sempre più quest'elettorato chiede interventi di rottura e si sente rassicurato dalla chiusura leghista».
Una chiusura che fa tanto più presa in un periodo di crisi economica che nel Cuneese sta divorando posti di lavoro mese dopo mese. «La cassa integrazione e cresciuta di più che nelle altre province del Piemonte», nota Sergio Dalmasso, consigliere regionale di Rifondazione. Licenziamenti a raffica nel distretto del vetro. Chiusa la storica cartiera Burgo di Ormea. In crisi pure la Alstom ferroviaria di Savigliano, la Italcementi di Borgo San Dalmazzo. E presto pure lo stabilimento Michelin di Cuneo in cui il Sin.Pa (sindacato padano) aveva ottenuto un'effimera maggioranza sindacale nel 2000, potrebbe entrare nel novero delle aziende in crisi. «Quello che rischia di passare in situazioni di crisi come questa, è l'idea che la precedenza nei posti di lavoro e nell'assistenza debba essere data alla popolazione locale», spiega Dalmasso «a soffiare su questo sentimento e la Lega, tra cui ci sono diversi matrici culturali, alcune più moderate, altre chiaramente xenofobe e di estrema destra».
Ma a stare a sentire Stefano Isaia, segretario provinciale della Lega Nord a soli trentun'anni, il successo della Lega cuneese non ha che fare con derive xenofobe, ma con «una politica del buonsenso rispetto all'immigrazione» che risponde «a quello che la gente ci chiede di fare». «Il fatto e che noi facciamo quello che gli altri partiti non fanno più. Abbiamo ventiquattro sedi locali, più di qualsiasi altro partito. Andiamo in giro in camper nei paesi, per offrire assistenza e consulenza e ad ascoltare i problemi della gente». Ed è proprio questo filo diretto con gli umori degli strati popolari della popolazione - il fatto di essere il partito delle bealere (i fossi) - ciò che gli altri partiti invidiano alla Lega. «La Lega ha smesso di fare filosofia e si e calata tra le persone - ammette Taricco - il centrosinistra deve rendersi conto che stiamo perdendo il collegamento con il territorio e che veniamo sentiti come lontani». Il rischio è che per riguadagnare il contatto con il territorio, il centrosinistra in vista delle difficili elezioni regionali della prossima primavera, sia tentato dalla scorciatoia di mostrare anch'esso i muscoli contro «i moru» - come hanno fatto tanti sceriffi democratici in giro per l'Italia - invece che impegnarsi nella strada più lunga ed impervia di sviluppare un nuovo modello sociale regionale per rispondere alla crisi economica.
Oggigiorno, in assenza dello «straniero invasore» e delle SS di Joachim Peiper che appiccarono roghi nel paesino di Boves, a preoccupare un numero crescente di abitanti della Granda, sono gli immigrati, che si sono stabiliti velocemente in questa provincia a bassa densità di popolazione, che prima della crisi abbondava di posti di lavoro. A raccogliere i frutti di questa preoccupazione è stata la Lega Nord, che nelle ultime elezioni amministrative, ha ottenuto la guida della provincia, in precedenza in mano al forzista Raffaele Costa, liberale ex ministro della Sanità, esponente del notabilato e fustigatore degli sprechi della pubblica amministrazione. A succedergli a capo di una coalizione che ottenuto il 52% dei voti (di cui il 22% alla Lega), Gianna Gancia, 37enne, piccola imprenditrice vinicola, personaggio sconosciuto prima della campagna elettorale. Salita alla ribalta nelle vesti di compagna affettiva del Calderoli, ministro della semplificazione ed indossatore di magliette anti-maomettane.
Sono stimati attorno a 45.000 persone, circa l'8% della popolazione, gli immigrati nella provincia Granda. Comunità etniche che si sono installate in maniera specializzata nei diversi distretti di un'economia provinciale che detiene un livello record di imprese per abitante: i cinesi a lavorare come scalpellini nelle cave di pietra di Barge e Bagnolo, i macedoni a raccogliere l'uva nelle Langhe, gli indiani a mungere le vacche nella pianura, gli albanesi a lavorare nell'edilizia, le rumene a badare ai vecchietti di una popolazione sempre più anziana. «Dopo il caos degli anni '90, le comunità di migranti si sono ben stabilizzate - spiega Bruna Gerbaudo, del centro migranti del comune di Cuneo - In assenza di una politica pubblica d'integrazione, le catene migratorie si sono auto-organizzate, e spesso si sono integrate in maniera più diffusa e meno problematica rispetto ad altre zone del Piemonte e del Nord Italia».
Il livello di criminalità in questa provincia isolata e tranquilla continua ad essere ben sotto il livello di guardia, e al momento non vi è sentore di violenza a carattere razziale, nonostante un'indagine abbia mostrato un aumento di xenofobia nelle scuole. E per il momento a Cuneo niente ronde - assicurano i leghisti locali - «ma dobbiamo stare all'erta». Ma sta di fatto che qui come in altre zone della Padania, l'immigrato spesso suscita paura e sdegno, in particolar modo tra gli anziani e in alcune zone rurali marginali, dove negli ultimi anni e diventato sempre più difficile tirare a campare con un po' di vacche ed un noccioleto.
«Ma vui a la fin, seve cui ca stan coi moru o contra ai moru?» si è sentito chiedere nei mercati di paese il candidato del Pd Mino Taricco, assessore regionale all'Agricoltura. «La questione degli immigrati ha fatto una breccia enorme. - racconta Taricco - La gente associa mentalmente l'immigrato con i problemi economici, lo vede come il simbolo di una globalizzazione che ha portato insicurezza». Questo senso d'insicurezza, secondo Ezio Bernardi direttore de La Guida, il settimanale della curia sta favorendo «un mutamento genetico dell'elettorato cuneese, storicamente liberale per eccellenza, molto legato ai valori della resistenza e delle istituzioni e caratterizzato da un rifiuto degli estremismi. Sempre più quest'elettorato chiede interventi di rottura e si sente rassicurato dalla chiusura leghista».
Una chiusura che fa tanto più presa in un periodo di crisi economica che nel Cuneese sta divorando posti di lavoro mese dopo mese. «La cassa integrazione e cresciuta di più che nelle altre province del Piemonte», nota Sergio Dalmasso, consigliere regionale di Rifondazione. Licenziamenti a raffica nel distretto del vetro. Chiusa la storica cartiera Burgo di Ormea. In crisi pure la Alstom ferroviaria di Savigliano, la Italcementi di Borgo San Dalmazzo. E presto pure lo stabilimento Michelin di Cuneo in cui il Sin.Pa (sindacato padano) aveva ottenuto un'effimera maggioranza sindacale nel 2000, potrebbe entrare nel novero delle aziende in crisi. «Quello che rischia di passare in situazioni di crisi come questa, è l'idea che la precedenza nei posti di lavoro e nell'assistenza debba essere data alla popolazione locale», spiega Dalmasso «a soffiare su questo sentimento e la Lega, tra cui ci sono diversi matrici culturali, alcune più moderate, altre chiaramente xenofobe e di estrema destra».
Ma a stare a sentire Stefano Isaia, segretario provinciale della Lega Nord a soli trentun'anni, il successo della Lega cuneese non ha che fare con derive xenofobe, ma con «una politica del buonsenso rispetto all'immigrazione» che risponde «a quello che la gente ci chiede di fare». «Il fatto e che noi facciamo quello che gli altri partiti non fanno più. Abbiamo ventiquattro sedi locali, più di qualsiasi altro partito. Andiamo in giro in camper nei paesi, per offrire assistenza e consulenza e ad ascoltare i problemi della gente». Ed è proprio questo filo diretto con gli umori degli strati popolari della popolazione - il fatto di essere il partito delle bealere (i fossi) - ciò che gli altri partiti invidiano alla Lega. «La Lega ha smesso di fare filosofia e si e calata tra le persone - ammette Taricco - il centrosinistra deve rendersi conto che stiamo perdendo il collegamento con il territorio e che veniamo sentiti come lontani». Il rischio è che per riguadagnare il contatto con il territorio, il centrosinistra in vista delle difficili elezioni regionali della prossima primavera, sia tentato dalla scorciatoia di mostrare anch'esso i muscoli contro «i moru» - come hanno fatto tanti sceriffi democratici in giro per l'Italia - invece che impegnarsi nella strada più lunga ed impervia di sviluppare un nuovo modello sociale regionale per rispondere alla crisi economica.
domenica 16 agosto 2009
Europa in campeggio contro l'effetto serra
Tutti in tenda per lottare contro il cambiamento climatico e puntare il dito contro i maggiori produttori di gas serra. A poco più di tre mesi dal vertice internazionale sul clima di Copenhagen, dove tutti i paesi Onu discuteranno i termini di un nuovo trattato per sostituire quello di Kyoto, l’estate europea viene invasa da un’ondata di campeggi di «azione climatica», impiantati in prossimità di aeroporti, centrali a carbone, miniere ed altri grandi inquinatori, accusati di essere «criminali climatici». Dal Klimacamp di giugno, durante il quale gli attivisti danesi si sono esercitati per le grandi proteste di dicembre, al Camp climat francese finito l’8 agosto, a quello belga-olandese svoltosi ad Anversa, al campeggio contro il clima in Irlanda che comincerà a Ferragosto, ai campeggi climatici in Scozia e Galles, fino al capostipite Climate camp inglese che quest’anno darà vita alla sua quarta edizione a Londra.
Obiettivo dei campeggi climatici sono grandi installazioni inquinanti, responsabili dell’immissione nell’atmosfera di tonnellate di anidride carbonica e altri gas serra. «Ossigeno. No Kerosene!» hanno gridato gli attivisti del Climat camp francese, che negli ultimi giorni hanno lanciato una serie di blocchi e proteste contro la costruzione dell’aeroporto Loire Atlantique, vicino a Nantes, segnalando ancora una volta come l’aviazione sia una sorgente in crescita di gas serra. Il neonato Climate camp scozzese ha invece preso di mira l’apertura di una miniera di carbone a cielo aperto, a Mainshill. Tre attivisti sono stati fermati lunedì scorso dopo un’incursione davanti alla casa di un assessore laburista accusato di essere la sponda politica del progetto. Tra di loro anche Dan Glass, un attivista del gruppo anti-aviazione Plane Stupid, che un anno fa tentò di incollarsi alla mano del primo ministro Gordon Brown durante un ricevimento ufficiale. In azione contro il carbone - fonte fossile che emette un livello di Co2 più alto rispetto al metano e al petrolio per unità di energia - anche il campeggio gallese che dal 13 agosto protesterà contro l’apertura di un’altra miniera di carbone a cielo aperto a
Ffras-y-Ffron.
«Portate amici, più siamo più forti saremo, e tutte quelle cose che portereste normalmente in un campeggio», consigliano gli organizzatori del campeggio di azione climatica inglese che comincerà il 27 agosto. Niente cani, bottiglie di vetro e coltellini svizzeri. «La polizia adora trovarne un po’ per poi andare in televisione e spargere storie spaventose riguardo ai campeggiatori climatici», avvertono sul sito. Oltre ad essere una base per proteste e blocchi contro grandi inquinatori, i campeggi climatici sono anche uno spazio di vita sostenibile ed educazione ecologica. Rigoroso l’uso di tecnologie verdi, da pannelli solari a pale eoliche, per portare elettricità ai campeggi, all’utilizzo
del compostaggio, e al riciclo delle acque grigie. Le giornate di campeggio sono poi segnate da un calendario fitto di laboratori, seminari e conferenze, per discutere come vivere low-carbon e come costruire la transizione verso una società post-fossile.
Obiettivo dei campeggi climatici sono grandi installazioni inquinanti, responsabili dell’immissione nell’atmosfera di tonnellate di anidride carbonica e altri gas serra. «Ossigeno. No Kerosene!» hanno gridato gli attivisti del Climat camp francese, che negli ultimi giorni hanno lanciato una serie di blocchi e proteste contro la costruzione dell’aeroporto Loire Atlantique, vicino a Nantes, segnalando ancora una volta come l’aviazione sia una sorgente in crescita di gas serra. Il neonato Climate camp scozzese ha invece preso di mira l’apertura di una miniera di carbone a cielo aperto, a Mainshill. Tre attivisti sono stati fermati lunedì scorso dopo un’incursione davanti alla casa di un assessore laburista accusato di essere la sponda politica del progetto. Tra di loro anche Dan Glass, un attivista del gruppo anti-aviazione Plane Stupid, che un anno fa tentò di incollarsi alla mano del primo ministro Gordon Brown durante un ricevimento ufficiale. In azione contro il carbone - fonte fossile che emette un livello di Co2 più alto rispetto al metano e al petrolio per unità di energia - anche il campeggio gallese che dal 13 agosto protesterà contro l’apertura di un’altra miniera di carbone a cielo aperto a
Ffras-y-Ffron.
«Portate amici, più siamo più forti saremo, e tutte quelle cose che portereste normalmente in un campeggio», consigliano gli organizzatori del campeggio di azione climatica inglese che comincerà il 27 agosto. Niente cani, bottiglie di vetro e coltellini svizzeri. «La polizia adora trovarne un po’ per poi andare in televisione e spargere storie spaventose riguardo ai campeggiatori climatici», avvertono sul sito. Oltre ad essere una base per proteste e blocchi contro grandi inquinatori, i campeggi climatici sono anche uno spazio di vita sostenibile ed educazione ecologica. Rigoroso l’uso di tecnologie verdi, da pannelli solari a pale eoliche, per portare elettricità ai campeggi, all’utilizzo
del compostaggio, e al riciclo delle acque grigie. Le giornate di campeggio sono poi segnate da un calendario fitto di laboratori, seminari e conferenze, per discutere come vivere low-carbon e come costruire la transizione verso una società post-fossile.
Il primo campeggio climatico a livello internazionale si svolse nell’estate 2006 nello Yorkshire contro la centrale a carbone di Drax, la prima sorgente di emissioni di gas serra nel Regno Unito. Tra i promotori, veterani del movimento contro la costruzione delle tangenziali durante gli anni ’90. Poi nel 2007 l’edizione che bucò i media, con la protesta contro la costruzione della terza pista all’aeroporto di Heathrow, il più trafficato del vecchio continente. Il campeggio climatico è sbarcato sul continente nel 2008, con una protesta ad Amburgo contro una centrale a carbone. Quest’anno il campeggio climatico in Germania si terrà a fine agosto e sarà seguito da una grande protesta contro il nucleare a Berlino, per dire che l’energia atomica non è la soluzione al cambiamento climatico.
La diffusione dei campeggi climatici e di altri campeggi di protesta come quelli «no border» contro i controlli migratori, fa parte di una tradizione che affonda le sue radici nella storia dell’azione diretta antimilitarista ed antinucleare. Il campeggio di protesta fu reso celebre nel mondo anglosassone dalle donne di Greenham Common, protagoniste di un presidio durato dieci anni contro i missili Cruise della base Raf. Tradizione ripresa da Brian Haw, il carpentiere sessantenne che dal 2001 quasi ininterrottamente vive in una tenda nella piazza di fronte al parlamento di Westminster, affiancata da foto di atrocità belliche e addobbata da simboli pacifisti.
Se la diffusione dei campeggi di azione climatica in giro per l’Europa segnala la crescente attenzione dei movimenti sociali per la questione del riscaldamento globale, al momento l’ondata di protesta sul clima non si è ancora affermata nella nostra penisola. A quando un campeggio di azione climatica anche in Italia?
La diffusione dei campeggi climatici e di altri campeggi di protesta come quelli «no border» contro i controlli migratori, fa parte di una tradizione che affonda le sue radici nella storia dell’azione diretta antimilitarista ed antinucleare. Il campeggio di protesta fu reso celebre nel mondo anglosassone dalle donne di Greenham Common, protagoniste di un presidio durato dieci anni contro i missili Cruise della base Raf. Tradizione ripresa da Brian Haw, il carpentiere sessantenne che dal 2001 quasi ininterrottamente vive in una tenda nella piazza di fronte al parlamento di Westminster, affiancata da foto di atrocità belliche e addobbata da simboli pacifisti.
Se la diffusione dei campeggi di azione climatica in giro per l’Europa segnala la crescente attenzione dei movimenti sociali per la questione del riscaldamento globale, al momento l’ondata di protesta sul clima non si è ancora affermata nella nostra penisola. A quando un campeggio di azione climatica anche in Italia?
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