martedì 31 agosto 2010
La rivolta dei «boys», i figli del conflitto
Ormai Kashmir tutti li chiamano così, i boys: sono i ragazzini che tirano le pietre, protagonisti di quell'intifada di massa che questa estate è diventata la principale forma di protesta del movimento separatista, ennesima metamorfosi della rivolta cominciata nel 1989 e in cui sono morti ormai 70.000 kashmiri. I boys sono teenagers come Zurbaid, dai 10 ai 18 anni, ma anche bambini di 7, 8, 9 anni. Li vedi radunarsi a nugoli nelle viuzze dei villaggi di montagna o nelle stradine della città vecchia di Srinagar, capitale estiva dello stato di Jammu e Kashmir, per poi uscire in forza sulle strade principali con sassaiole improvvise. Scagliano pietre contro i muri delle caserme, le finestre degli edifici del governo, i sacchi di sabbia dei bunker piazzati a ogni incrocio e gli scudi di bambù dei soldati paramilitari indiani. Pochi minuti e arrivano le divise khaki della Crpf (Central Reserve Police Force) che per disperdere i boys sparano proiettili di gomma, gas lacrimogeni e raffiche di Ak47. Spesso un ragazzo rimane a terra in una pozza di sangue. Alla notizia di morti e feriti i boys si ributtano per strada a sfogare la loro rabbia con nuovi lanci di pietre. I soldati rispondono sparando senza troppi scrupoli, certi della protezione delle leggi speciali. Ogni giorno si aggiungono al conto nuovi morti e feriti che innescano nuove proteste, un circolo vizioso di cui non si vede la fine.
Soldati contro ragazzini
A due mesi e mezzo dall'inizio di questa ondata di proteste i morti sono 64, tutti civili. Oltre la metà dei caduti sono minorenni, tra cui anche tre bambini di 7 anni. A innescare l'intifada di quest'estate è stata del resto proprio l'uccisione di un ragazzo, Tufail Ahmed Mattoo, 17 anni, morto l'11 giugno. Passava accanto a una protesta pacifica contro un episodio di brutalità dell'esercito, tornando a casa dopo una lezione privata, quando è stato colpito in testa da un proiettile di gas lacrimogeno sparato ad alzo zero. Tufail è diventato così il primo di una serie di vittime minorenni: ragazzini come Faizan Rafiq, 13 anni annegato il 17 luglio dopo essere stato stordito dai soldati e poi buttato nel fiume Jhelum che attraversa Srinagar. O bambini come Sameer Ahmad Rah, 7 anni, morto il 2 agosto e diventato il simbolo della brutalità dello stato. Era uscito di casa per comprare della frutta quando è stato inseguito da cani randagi. Vedendolo correre i soldati lo hanno circondato e si sono accaniti su di lui, spezzandogli diverse costole prima di spingergli un bastone in fondo alla gola davanti a passanti terrorizzati.
L'impressionante numero di minorenni uccisi e mutilati dalle forze di sicurezza indiane in quest'estate di sangue è la prova di quello che vanno ripetendo tanti kashmiri adulti, increduli di fronte alla mattanza: che questo conflitto si sta transformando in un attacco ai figli della guerra civile, la generazione di kashmiri nata dopo il 1989. Una generazione cresciuta sotto l'occupazione militare, la cui vita quotidiana è stata segnata dall'ingombrante presenza di 700.000 soldati, ritmata da uccisioni indiscriminate, da storie di stupri e torture, il lutto per la morte di padri e parenti e l'umiliazione delle perquisizioni continue. Questi ragazzi non si sono abituati a vivere sotto il coprifuoco. Disillusi dal fallimento di ogni promessa di risoluzione del conflitto, usano le pietre come lettere di protesta indirizzate a New Delhi, per far sapere che in Kashmir non regna la pace.
Di fronte a ragazzini infuriati, la classe dirigente indiana e kashmira sembra incapace di fornire qualsiasi risposta che non esca dalla canna di un fucile. «Non so bene che cosa sperino di ottenere tirando pietre», ha affermato qualche tempo fa il chief minister (capo del governo) dello stato di Jammu e Kashmir Omar Abdullah, erede della dinastia che da nazionalista kashmira si è trasformata in rappresentante del partito del Congress, quindi dell'attuale governo centrale di New Delhi.
Una generazione senza leader
Farooq ha 17 anni, i capelli alla Ronaldinho sotto una cuffia da rapper, assomiglia ai ragazzi maghrebini, turchi o pakistani che affollano i quartieri popolari di Parigi, Londra e Berlino. Passa le giornate chiuso in casa per il coprifuoco facendo zapping. Poi la sera si incontra con gli amici in centro a Srinagar: va «a tirare le pietre», come ammette senza darsi troppe arie. A volte quando la situazione si fa calda non torna per giorni, provocando l'angoscia della madre, Salima, una delle tante vedove della guerra civile. Il marito, che si era unito alla lotta armata, è scomparso dieci anni fa. Di lui rimane una foto sovraesposta appesa nella piccola stanza che funge da soggiorno e camera da letto. Se i padri, che negli anni '90 hanno imbracciato le armi, sono stati sconfitti militarmente, uccisi, incarcerati o scomparsi, i loro figli sono tutt'altro che rassegnati. «Uccidono una persona in una famiglia e pensano di metterla a tacere», dice Salima. «Ma è l'opposto. Per ogni ucciso due persone si ribellanno».
Oggi i boys non sembrano disposti ad ascoltare i richiami alla calma. «I ragazzini sono incontrollabili», ripetono adulti e anziani. Non sembra avere presa neppure la guida dei due principali leader della Hurriyat conference, il «cartello» delle forze politiche e sociali kashmire che chiedono l'indipendenza, il moderato Mirvaiz Umar Farooq e il radicale Syed Ali Shah Geelani: alcuni boys li tacciano di «venduti». Come tanti altri leader nel passato, primo fra tutti Sheik Abdullah, nonno dell'attuale chief minister, a suo tempo riconosciuto e stimati leader dei kashmiri (fu lui a optare per New Delhi in un quadro di autonomia nel 1947, quando dal vecchio impero coloniale nascevano le due nazioni separate di india e Pakistan): la cui tomba è costantemente presidiata da quattro soldati per evitare profanazioni. «I boys non hanno leader»: lo dicono gli oppositori del movimento per certificarne la follia e giustificarne la repressione, ma lo sostengono gli stessi ragazzi, che ci tengono a non farsi dipingere come le pedine di qualche grande vecchio o come manovalanza dello stato pakistano, pagati 200 rupie al giorno per tirare pietre come sostiene la stampa nazionalista indiana che dietro ogni protesta vede la longa manus dell'Isi, il famigerato servizio segreto di Islamabad.
Una persona per la verità c'è che gode della fiducia di boys, e che la rivolta degli ultimi mesi sta innalzando a nuovo leader del movimento separatista. E' Masarat Allam, leader della Muslim League del Kashmir e vice del venerando Geelani alla guida della fazione radicale della Hurriyat: con i suoi 39 anni non è certo un teenager, ma che con la sua intransigenza si è guadagnato il rispetto dei ragazzini tirapietre. Se il calendario di protesta ufficiale (non è del tutto vero che il movimento non ha riferimenti) è ancora redatto da Geelani, stando ai boys è Allam dal suo rifugio segreto a muovere le fila dell'insurrezione. Ha coniato lui lo slogan «Go India, go back», diventato la parola d'ordine di questo movimento. Dietro la sua lunga barba da ligio musulmano si sta assembrando una generazione intransigente che chiede azadi, libertà.
Ma se chiedi ai boys che cosa intendano esattamente per «azadi» non parlano di indipendenza, autonomia, auto-governo e di altre possibili soluzioni negoziali. «Quello che vogliamo è semplice» dice Farooq: «Che i soldati se ne vadano. Vogliamo vivere senza dover spiegare a un soldato dove stai andando ogni volta che esci di casa, senza essere umiliati. Vogliamo vivere senza paura». Lo dice guardando i due fratelli minori giocare a cricket con una palla di plastica e un asse di legno. E' cosi che tanti boys hanno imparato a prendere la mira. La prossima estate potrebbe essere il loro turno.
Zahid Rafiq: «Sono pacifista, ma li capisco»
Dopo la fine dell'insurrezione armata nel 2003 molti dicevano che i kashmiri si erano rassegnati a essere parte dell'India. Perché il conflitto sta riesplodendo?
Il sentimento di libertà non si è mai spento, neppure durante i quattro anni di relativa calma dopo il 2003. Non può essere schiacciato nel sangue né comprato con i soldi di New Delhi. Il fatto è dopo la vittoria militare delle forze di sicurezza indiane sui guerriglieri il movimento è stato costretto a trasformarsi passando dai fucili alle pietre. E' stato un passaggio complesso che non poteva avvenire in una notte..
Come è cambiato il conflitto in Kashmir rispetto agli anni '90?
Il conflitto in Kashmir è diventato una guerra in cui una parte decide di essere diseguale. Quando un ragazzo prende una pietra e cammina verso un soldato sa che la pietra può soltanto ferire superficialmente il soldato, ma sa pure che se il soldato gli spara lui probabilmente morirà oppure finirà mutilato. Scegliendo la pietra invece del fucile il ragazzo si pone su un piano morale più alto, dove lo scontro non ha più a che fare con la forza fisica ma con la forza morale.
Oltre ai ragazzini, si vedono anche molte donne scendere in piazza e tirare le pietre. Che significa?
Il governo aveva chiesto alle donne di andare alle proteste per fermare i propri figli. Loro sono andate a tirare le pietre. Per le donne kashmire è un atto catartico dopo vent'anni di silenzio, passati vedendo il fratello portato via dalla polizia, il marito maltrattato dai soldati, i funerali passare sotto la finestra. Le donne non potevano essere parte dell'insurrezione armata ma ora sono uscite allo scoperto.
Lo stato indiano risponde alle pietre con gli stessi mezzi con cui ha stroncato i ribelli armati. Perchè una risposta tanto repressiva?
Lo stato indiano continua a voler curare la malattia trattando i sintomi. Non vuole accettare il fatto che la stragrande maggioranza dei kashmiri desidera l'indipendenza. Il dramma per loro è che questo movimento è più difficile da fronteggiare che un'insurrezione armata. Gli indiani preferirebbero risolvere la situazione usando i 700.000 soldati stanziati in Kashmir. Vogliono evitare a tutti i costi manifestazioni politiche perché mettono a nudo il fatto che i separatisti non sono terroristi e hanno richieste legittime.
Si parla molto del rischio di una nuova insurrezione armata di impronta jihadista. Cosa ne pensa?
Dopo l'esperienza dell'insurrezione armata in Kashmir nessuno vuole imbracciare un fucile. Al momento i fondamentalisti musulmani non sono benvenuti in Kashmir, dove non è ricordato con piacere l'arrivo in massa di guerriglieri stranieri durante gli anni '90. Tuttavia con tutti i ragazzini che vengono uccisi uno può immaginare cosa passi per la testa ai loro fratelli, cugini, vicini di casa. Se il massacro continua c'è il rischio che i jihadisti trovino di nuovo spazio e che il Kashmir torni ad essere terreno di battaglia dai fondamentalisti musulmani dopo che gli americani si saranno ritirati dall'Afganistan. E sarebbe una tragedia, sia per l'India che per il Kashmir. I kashmiri si troverebbero a combattere una guerra che non gli appartiene. Al primo colpo sparato contro i soldati indiani questo movimento sarà morto.
martedì 29 giugno 2010
La soluzione alla crisi? L'uomo artigiano
“Sono convinto che la crisi riesploderà presto, perché le cause
strutturali della crisi non sono state affrontate”. Richard Sennett,
studioso del nuovo capitalismo e del lavoro flessibile, nato a Chicago
nel 1943 e professore emerito di sociologia alla London School of
Economics, sostiene che la crisi ha portato ad un aggravamento della
situazione di incertezza e del lavoro flessibile portata dal
neoliberismo. In questa situazione la sinistra è preda della
moderazione proprio nel momento in cui servirebbero soluzioni radicali
come la nazionalizzazione del sistema bancario. Secondo Sennett, di cui
in Italia sono stati pubblicati la Cultura del Nuovo Capitalismo,
L’Uomo Flessibile e per ultimo L’Uomo Artigiano, la via di uscita dalla
crisi potrebbe essere un ritorno al manifatturiero, fronte su cui
l’economia italiana può fornire un modello all’economia europea.
*Governi e imprenditori sostengono che siamo fuori dalla crisi. Eppure
le economie stentano a riprendersi e la disoccupazione continua ad
aumentare. Dobbiamo credere a queste sirene?*
La maggioranza dei governi europei ha introdotto misure leggere per
limitare il capitale finanziario, ma non hanno compreso che questa e’
un’attività che è inerentemente distruttiva, che rovina compagnie,
che distrugge posti di lavoro, e non si può semplicemente metterle i
freni. Anche se l’Europa si trascinasse avanti per tre o quattro anni
la crisi succedera’ nuovamente. E penso che la prossima volta l’Europa
avra’ ancora meno margini per riprendersi. Siamo a rischio di
diventare quello che l’America Latina era durante gli anni ’60, un
continente con molte risorse ma assolutamente auto-distruttivo.
*I lavoratori flessibili che tu descrivi nei tuoi libri sono state le
vittime designate di questa crisi, i primi ad essere sacrificati dai
licenziamenti. Siamo di fronte ad una crisi strutturale del modello
del lavoro flessibile?*
Certamente i lavoratori flessibili, quelli che erano l’avanguardia del
nuovo capitalismo, lavoratori nelle industrie hi-tech, industrie
culturali e nella finanza, hanno sofferto in maniera particolare le
conseguenze della crisi. Ma quello che stiamo vedendo è’ piuttosto
un’estremizzazone del sistema di lavoro flessibile. Da un punto di
vista strutturale la cosa piu’ impressionante della crisi è che ha
espanso l’area di lavoro part-time. E quel lavoro part-time è stato
occupato da lavoratori che in precedenza erano occupati a tempo pieno.
Si tratta in particolare lavori nel settore dei servizi, nei
supermercati, nei grandi magazzini, ma pure nei giornali e nelle
industrie culturali.
*Le altre grandi vittime della crisi sono i giovani, che oggi più che
mai scontano l’inefficienza del sistema.*
Stiamo entrando un decennio perduto per le persone giovani, ed avremo
una generazione perduta. Il Giappone ha avuto una prefigurazione
durante gli anni ’90 di quello che sarebbe successo 12 o 15 anni più
tardi in occidente. La finanza che collassa. Persone qualificate che
non trovano lavorare per 6 o 8 anni. Persone che non torneranno mai
piu’ lavorare. Persone che hanno perso un decennio della loro vita. La
generazione che e’venuta dopo ha visto come era la situazione, ed in
molti hanno scelto scuole tecniche piuttosto che l’università. Una
volta tutti cercavano di entrare nelle università prestigiose. Gli
adolescenti giapponesi ora sono molto piu’ realistici. Ed è quello
che succederà da noi. L’Università di Venezia non avrà più
migliaia di studenti di architettura. La nuova generazione è fregata
dal sistema e dovrà inventarsi nuovi modi per sopravvivere.
*Il capitalismo finanziario è in crisi, ma i sentimenti della gente
sembrano essere riassunti bene da una vignetta comparsa nell’ultimo
numero dell’Economist in cui una folla incoraggia la locomotiva del
capitalismo che sbuffa in salita.*
Questa fiducia è dovuta al fatto che il sistema ha incoraggiato le
persone a credere è che c’è più mobilità sociale in questo
capitalismo flessibile. Ma i dati statistici suggeriscono una
situazione opposta. Negli anni ’50 e ’60, che vengono idenfiticati con
un capitalismo sclerotico e burocratico, i tassi di mobilità verso
l’alto per la classe operaia e la classe media erano decisamente più
alti di quelli degli anni ’90. E la ragione è strutturale. In un
sistema di capitalismo finanziario fondamentalmente si spremono le
classi medie. Saskia Sassen [compagna di Sennett e sociologa urbana
ndr] è tornata dalla Cina la scorsa settimana e mi ha detto che ciò
che è veramente interessante nella situazione laggiù è che i cinesi
vogliono diventare classe media ma ciò che vedono è che la promessa
di mobilita’ non viene realizzata dal sistema, ed è per questo che ci
sono tante proteste al momento tra i lavoratori cinesi.
*Nonostante la situazione di sofferenza dei lavoratori, i sindacati non
sembrano essere in grado di reagire adeguatamente all’ondata di tagli.
E’ questo il risultato dell’individualizzazione della forza lavoro
seminata durante gli anni d’oro del neoliberismo?*
La mancanza di risposte collettive alla crisi e’ dovuta esattamente
alla situazione di incertezza in cui si sono messi i lavoratori negli
ultimi anni. I sindacati adesso si chiedono di colpo ma com’è che non
possiamo mobilitare queste persone. Ma la risposta è chiarissima.
Questi lavoratori non possono permettersi di scioperare, perche’ se
scioperano non avranno alcuna protezione. Sono in una condizione
incredibilmente insicura in cui non possono alzare la testa.
*Non solo i sindacati ma anche i partiti di sinistra sembrano incapaci
di cogliere la sfida della crisi. Così in Gran Bretagna come in
Germania sono stati eletti esecutivi liberal-conservatori, che
continuano a sostenere il verbo del neoliberismo.*
Penso che per quanto riguarda la sinistra, abbiamo avuto 50 anni in
cui abbiamo cercato di dimostrare che noi non siamo come quei
cattivoni stalinisti, che siamo gente a modo, che siamo amici del
business, che vogliamo essere parte del mondo moderno. Sono stati
cinquant’anni rivolti al passato. Di fronte ad un sistema distruttivo
la sinistra non ha niente da dire ai lavoratori. Recentemente sono
stato ad un incontro sindacale prima delle elezioni, e mi hanno
chiesto tu cosa faresti? Io ho risposto che se fosse per me
nazionalizzerei l’intero sistema bancario. Penso che bisognerebbe
trattare il sistema finanziario nello stesso modo in cui si tratta la
salute. Una cosa che richiede il controllo dello stato. E ho visto
questi membri del sindacato, e ripeto membri del sindacato che mi
dicevano – non si possono dire queste cose! Abbiamo bisogno di dare
una risposta molto piu’ radicale a quello che sta succedendo. Dobbiamo
abbandonare le pretese di socialdemocrazia. Si continua a voler dare
ai lavoratori un paio di protezioni in piu’, o due spiccioli in piu’
invece che modificare veramente il sistema economico. Dobbiamo tornare
a parlare di socialismo altrimenti la gente non ci capisce.
Come uscire dalla crisi? Quale modello produttivo? In Gran Bretagna si
e’ fatto un gran parlare di un ritorno al settore manifatturiero come
antidoto alla crisi del sistema finanziario. Questa e’ del resto la
soluzione che tu suggerisci nel tuo libro, l’Uomo Artigiano.
Qua in Gran Bretagna ne hanno parlato per gli ultimi due anni, ma non
hanno mai creato alcun programma per incoraggiare i giovani a
diventare artigiani. Era un’idea interessante ma non se ne e’ fatto
niente. Io credo che il settore manifatturiero offra una via di
uscita. E non si tratta solo di una fiducia romantica nell’uomo
artigiano. E’ la storia del successo economico della Cina o del
Giappone. Si tratta di tornare a produrre cose, produrre cose di cui
altre persone hanno bisogno. E in questo senso in Italia voi avete un
sistema produttivo ad alta tecnologia che puo’ trovare una via di
uscita da questa situazione. L’ironia in Italia come altrove queste
imprese manifatturiere che fanno veramente profitto, che stanno sul
mercato ed impiegano molte persone ma sono proprio quelle che fanno
fatica ad ottenere credito. Questa e’ una dimostrazione palese della
follia del sistema.
mercoledì 23 giugno 2010
Tagli da 90 miliardi Spremuto il welfare, niente sull'evasione
George Osborne, il cancelliere dello scacchiere, ha cercato di presentare l'«emergency budget» alla Camera dei Comuni come una manovra progressista, «dura ma giusta», scatenando un boato dai banchi dell'opposizione laburista. Osborne ha accusato il governo Labour di dissennatezza finanziaria, che ha messo il nuovo governo di fronte ad una scelta obbligata per «fermare il collasso di fiducia nel sistema economico». Una stretta in cui, promette Osborne, «tutti pagheranno, ma coloro che sono in fondo alla scala dei redditi pagheranno di meno».
A dispetto di queste dichiarazioni, Osborne ha presentato solo tagli su tagli. Tagli che vanno a coprire quasi l'80% della somma sottratta all'economia. Il welfare viene spremuto a fondo, con un risparmio di 11 miliardi dal congelamento e dalla riforma dei contributi per invalidi, bambini, abitazione ed anziani. A questi si sommano 17 miliardi di tagli alla spesa per i diversi ministeri, che vedono ridurre il proprio bilancio del 20%. Viene congelato per due anni lo stipendio dei dipendenti pubblici che guadagnano più di 21.000 sterline, e vengono bloccate le assunzioni. A essere colpiti sono pure i consumatori che devono fare fronte ad un aumento dell'Iva di 2.5 punti che la porta al 20%, con maggiori entrate per 20 miliardi di sterline. Si tratta di un ulteriore carico per la spesa delle famiglie che già fanno fronte ad un costo della vita che nonostante la crisi è rimasto alle stelle, a fronte di un minore reddito e meno posti di lavoro. Unica nota positiva il fatto che 850.000 lavoratori a basso reddito vengono esentati dalle imposte, primo passo incontro alla richiesta liberal-democratica di creare una no-tax zone per i redditi sotto le 10.000 sterline.
Se lavoratori pubblici e consumatori vengono colpiti pesantemente a farla franca sono proprio i responsabili della crisi economica, ed in particolare banche e super-ricchi. Dopo il muso duro mostrato all'impopolare City, per tutta la campagna elettorale, conservatori e liberal-democratici ci sono andati leggeri, e si sono accontentati di prelevare appena 2 miliardi di sterline dalle banche. Niente di fatto anche sul fronte dell'evasione fiscale, stimata a 100 miliardi di sterline all'anno, con tanti facoltosi contribuenti tra cui lo stesso vice-ministro del tesoro Danny Alexander che risultano domiciliati all'estero per ragioni fiscali.
Una manovra lacrime e sangue che però secondo Osborne permetterà di ridurre fortemente il deficit nei prossimi 5 anni il deficit, portandolo dall'attuale 10% all'1%. Stando alle stime del governo l'economia registrerà una mini-ripresa dell'1.2% quest'anno e il 2.8% nel 2012, e anche la disoccupazione scenderà e dopo il picco dell'8% di quest'anno passerà al 6% nel 2012. Il Labour e i sindacati hanno accolto con disapprovazione la manovra correttiva. Harriet Harman che funge da primo ministro ombra per il Labour, in attesa che il congresso del partito elegga un nuovo leader, dopo il discorso di Osborne ha affermato che la manovra aumenterà la disoccupazione e bloccherà l'economia. Per il segretario della Trade unions Brendan Barber «la manovra dimostra l'incomprensione dello stato dell'economia». Ma nonostante i tagli e le parole la risposta politica e sociale non si vede.
giovedì 13 maggio 2010
Giallo-blu a Downing street
Dopo aver ottenuto l'incarico martedì sera dalla Regina Elisabetta, mezz'ora dopo che il laburista Gordon Brown aveva frettolosamente lasciato Downing Street accompagnato da moglie e bambini, il 43enne Cameron aveva promesso di costruire una «società giusta» basata sulla responsabilità. Ieri, presentando l'esecutivo in compagnia di Clegg, il leader dei «New Tory», ha affermato che «toglierà il potere ai politici e lo metterà nelle mani della gente», dando vita ad una «grande società» al posto del «grande governo» coltivato dal New Labour. Clegg gli ha fatto da sponda, affermando che il nuovo governo sarà «riformatore e progressista» e che «vedrà il debutto di un nuovo modo di fare politica: una politica diversa e plurale». «Non solo un nuovo governo ma pure una nuova politica», hanno affermato i due all'unisono.
Nella squadra giallo-blu svelata ieri pomeriggio, i liberaldemocratici deludono le attese, accontentandosi di una manciata di poltrone. I ministeri importanti vanno quasi tutti ai Conservatori. L'aristrocratico George Osborne, che come Cameron fu membro dell'esclusivo Bullingdon club ai tempi degli studi a Oxford, diventa cancelliere dello scacchiere, ovvero ministro del Tesoro. Il torvo William Hague, già leader dei Tory, e tenace anti-europeista, si prende il ministero degli esteri. Il bonario Ken Clarke, veterano degli esecutivi Thatcher e Major, va al ministero della giustizia. Al militarista Liam Fox viene affidata la Difesa. All'amico delle cliniche private Andrew Lansley viene concessa la Sanità. Il ministero degli Interni infine viene dato a Theresa May, unica donna nell'esecutivo: un evidente passo indietro rispetto all'era New Labour. I Liberaldemocratici si accontentano del ministero per la Scozia, assegnato a Danny Alexander, di quello dell'Energia affidato a Chris Huhne, e del dicastero dell'Industria con delega alle banche, messo in mano al vulcanico libdem Vincent Cable, noto per le critiche al sistema finanziario.
I Tory sono stati più generosi verso i novelli alleati libdem sul programma di governo. Passa la richiesta del partito di Clegg per un referendum sul sistema elettorale, che potrebbe aprire le porte ad un sistema misto proporzionale/maggioritario: una concessione significativa dato che i conservatori difendono tenacemente il maggioritario secco. Viene annunciata pure la creazione di una no-tax zone per le famiglie con reddito sotto le 10.000 sterline, ed investimenti per i bambini disagiati, proposti dai Libdem durante la campagna elettorale. Si promettono un alt all'espansione degli aeroporti, e investimenti per l'energia solare ed eolica. Differenze da colmare rimangono sulla guerra in Afghanistan, con i Libdem che vorrebbero accelerare l'uscita dal conflitto e sull'Europa dove le posizioni dei due partiti sono difficilmente conciliabili.
Il protocollo d'intesa siglato da Tory e Libdem, lascia pure intendere come il partito di Clegg abbia accettato a testa bassa la linea Tory sull'economia con tagli pesanti alla spesa pubblica per fare fronte al deficit. Viene annunciata una finanziaria di emergenza entro 50 giorni che dovrebbe produrre 6 miliardi di «risparmi» per fare felice la City. Si prospettano misure draconiane sui disoccupati, che presto saranno costretti ad accettare qualsiasi lavoro venga offerto loro per non rimanere senza contributi, e licenziamenti a raffica per i dipendenti pubblici. Interventi che rischiano di mandare la disoccupazione alle stelle e ributtare il paese in una seconda recessione, come paventato dagli stessi Libdem durante la campagna elettorale.
Dentro il partito liberaldemocratico l'accordo con i Conservatori ha fatto infuriare diversi attivisti, e tanti intellettuali di sinistra che disgustati da 13 anni di New Labour avevano deciso di appoggiare Clegg alle ultime elezioni, senza sospettare che cosi rifacendo si sarebbero ritrovati a nozze con i Tory. Così per i liberaldemocratici alla prima esperienza di governo da diversi decenni, lo sposalizio con i Conservatori potrebbe rivelarsi un abbraccio mortale.
mercoledì 12 maggio 2010
Brown si dimette, incarico a Cameron
La decisione di Brown è giunta a seguito del fallimento della trattativa tra laburisti e liberaldemocratici, spenta sul nascere dall'opposizione interna di diversi esponenti Labour. In tarda serata tutti prevedevano che a brevissimo, forse già nella nottata, sarebbe stata annunciata la formazione di un esecutivo guidato da David Cameron, con al suo interno diversi ministri liberaldemocratici, nella prima coalizione giallo-blu della recente storia britannica.
Sin dalla mattinata si percepiva che quella di ieri sarebbe stata la giornata decisiva, dopo cinque giorni di trattative febbrili per creare un nuovo esecutivo, seguite ad elezioni che avevano restituito al paese un parlamento appeso, con nessun partito con la maggioranza dei seggi.
Di prima mattina Cameron aveva lanciato un ultimatum a Clegg, definendo la giornata di ieri il «giorno delle decisioni», e per tutta risposta Clegg si era detto impaziente di porre fine alla situazione di incertezza. A sbloccare la trattativa tra Libdem e Tory, è stato il fallimento dei colloqui paralleli tra libdem e i laburisti.
Cercando di approfittare dello stallo nei negoziati tra liberaldemocratici e conservatori, ieri Brown si era detto disposto a farsi da parte, per persuadere i Libdem, restii ad unirsi ad un governo da lui capeggiato, a venire a patti con i laburisti. Ma il tentativo di Brown si è presto infranto di fronte alla resistenza di diversi esponenti del Labour, tra cui il ministro alla salute David Burnham che ieri mattina ha affermato che il «Labour deve rispettare i risultati delle elezioni e prepararsi all'opposizione», e l'ex ministro degli interni Blunkett che ha chiamato i libdem «prostitute».
Le dimissioni di Brown promettono di accelerare la formazione di un governo di coalizione tra Conservatori e Liberaldemocratici, a cui ieri sera mancava solo il timbro finale dell'approvazione dei rispettivi gruppi parlamentari. L'accordo raggiunto tra liberaldemocratici e Conservatori coprirebbe un periodo di tre anni, prima del ritorno alle urne. Dopo le dure resistenze iniziali i Conservatori hanno offerto ai Liberaldemocratici un referendum per cambiare il sistema elettorale in senso più proporzionale. Al partito di Clegg verrebbero inoltre affidati sei dicasteri, e a Clegg stesso andrebbe la carica di vice primo ministro. I Libdem porterebbero a casa pure la no-tax zone sotto le 10.000 sterline, una proposta chiave del loro manifesto programmatico. I Libdem non otterrebbero il cancelliere dello scacchiere che probabilmente andrà al liberal Tory Ken Clarke. Ma avrebbero voce sui tagli alla spesa pubblica da effettuare per diminuire il deficit, giunto ormai a quota 12%. I Conservatori si sono dimostrati sorprendentemente disponibili ad abbandonare una serie di provvedimenti sbandierati in campagna elettorale tra cui l'eliminazione della tassa di successione sopra la soglia di 300.000 sterline, e agevolazioni fiscali per le coppie sposate. Tuttavia non hanno lasciato spazio sull'immigrazione. I liberaldemocratici avrebbero accantonato la loro richiesta di regolarizzazione per i clandestini che si trovino nel paese da 10 anni, in cambio di concessioni in altri settori.
Il nuovo esecutivo potrebbe prendere possesso del numero 10 di Downing Street già questa mattina, dopo un trasloco lampo di Brown e del suo cancelliere Darling. David Cameron si presenterebbe poi di fronte alla camera dei Comuni nel giorno di apertura del nuovo parlamento, il 18 di maggio prossimo e non dovrebbe avere alcun problema ad ottenere il voto di fiducia, dato che Conservatori e Liberaldemocratici assieme, hanno una maggioranza di circa 30 voti.
Tuttavia rimangono incognite sulla tenuta a lungo termine di una coalizione Lib-Con, perché molti esponenti di spicco del partito liberaldemocratico tra cui i decani Menzies Campbell, Charles Kennedy e Vincent Cable hanno detto che avrebbero preferito un accordo con il Labour Party, e l'accordo con i Tory sarà pure difficile da far digerire alla base. Ciò che si prospetta alla coalizione di governo è un futuro tutt'altro che invidiabile, disseminato di tagli alla spesa pubblica e scelte impopolari. Una situazione in cui, come devono avere pensato gli esponenti del Labour che hanno messo fine alla trattativa con il partito di Clegg, è meglio trovarsi all'opposizione che al governo.
giovedì 6 maggio 2010
Dagenham e Barking, la destra razzista spera in due collegi
Eppure gli amici venuti con lui a vedere le celebrazioni per la festa di San Giorgio patrono d'Inghilterra, con tanto di finto drago di cartapesta, falconieri e figuranti in costumi medievali, non sono esattamente gli «indigeni di pura razza britannica» che il Bnp vorrebbe come soli legittimi abitanti della Gran Bretagna. Al suo fianco sul prato di Dagenham Park ci sono una ragazza italiana, un albanese e due lituani che lo ascoltano senza tradire troppo imbarazzo. «Il problema non sono gli europei», spiega di fronte alla mia perplessità. «Il problema sono i neri e gli asiatici che vengono e si riproducono rapidamente».
Siamo nel sobborgo di Barking e Dagenham, all'estrema periferia est di Londra, una tradizionale roccaforte Labour, dove la metropoli si disperde nella campagna dell'Essex, territorio Tory. Qui aveva sede quella che per un tempo fu la piu' grande industria europea: una fabbrica della Ford che dava lavoro a migliaia di lavoratori, ridimensionata negli anni '80 fino ad essere chiusa nel 2002. Con la crisi del settore manifatturiero la zona si e' impoverita rapidamente. Oggi ha il reddito medio pro-capite piu' basso di Londra, ed un bambino su tre nasce in una famiglia povera. È anche una delle aree con il più rapido cambiamento demografico nella Gran Bretagna. Migliaia di immigrati, specialmente africani, si sono trasferiti qui negli ultimi anni, contribuendo a portare a quota 50.000 persone, la lista di attesa per le case popolari, ridotte all'osso durante l'era Thatcher e rimaste al palo sotto il Labour.
È in questa area marginale sulla sponda del Tamigi che si gioca una partita importante delle elezioni di oggi. Nei due collegi elettorali di Dagenham e Barking, il Bnp spera di consolidare l'avanzata delle ultime elezioni europee in cui ottene il 6,2% dei voti. A Barking è schierato il leader del partito, l'europarlamentare Nick Griffin, personaggio inquietante con un occhio di vetro e la scriminatura alla Adolf Hitler, che da giovane ebbe come mentore Roberto Fiore, segretario di Forza Nuova, rifugiatosi a Londra dopo la strage di Bologna. In un'elezione dominata dal tema immigrazione, la vittoria del Bnp a Barking e Dagenham sembrava inevitabile. Eppure l'entrata in parlamento potrebbe sfumare anche stavolta, a causa delle lotte interne che stanno divorando il partito, in cui cova l'insofferenza verso il padre-padrone Griffin.
I problemi per il Bnp sono cominciati a novembre: a sorpresa Griffin volle per sé il collegio di Dagenham dove avrebbe dovuto competere Richard Barnbrook, consigliere comunale Bnp a Londra. A inizio aprile i disappori interni furono esposti al pubblico ludibrio: Griffin fu minacciato di morte da Mark Collett, responsabile per la comunicazione del partito, disgustato per le spese folli di Griffin. Poi lo scandalo del comunicato elettorale che esponeva in sovraimpressione un barattolo di Marmite, la crema salata che è la Nutella della classe operaia inglese. A suggellare il disastro ci ha pensato ieri Simon Bennett, webmaster del sito del partito, che infuriato contro la dirigenza Bnp ha rinviato i visitatori sul proprio sito dove era pubblicato un comunicato che definiva Griffin un «personaggio patetico».
Ora, nonostante la leggendaria insipienza della dirigenza del partito, per le strade di Barking e Dagenham le tante bandiere inglesi esposte in giardini, negozi e finestre lasciano intendere che oggi qui in molti voteranno Bnp. «Tutti quanti i miei amici voteranno Bnp» - afferma Simon un muratore trentenne. «E anche io ci sto pensando perché ci sono troppi nigeriani da queste parti». Su Barking High Street in un ristorante giamaicano, incontro alcuni di questi «famigerati» nigeriani. Natalie ha 18 anni, la sua famiglia è di Lagos, ma è nata a Parigi. Con lei a mangiare agnello al curry e riso con fagioli ci sono altre due amiche nigeriane, una nata in Portogallo, l'altra in Spagna. «Il razzismo c'è ma non si vede» - mi dice per minimizzare. Poi però mi racconta che durante la notte di Halloween un gruppo di ragazzi bianchi le tirarono uova urlandole «negre» e che un giorno una signora anziana la invitò ad andare a sedersi in fondo al bus, «come facevano in Sud Africa al tempo dell'Apartheid». «Il fatto che questo posto è una noia mortale. Non c'è niente da fare. Per quello che la gente diventa razzista». Sogna di andarsene in un posto piu accogliente. "Magari in Italia. Da voi non c'è razzismo, vero?».