mercoledì 23 maggio 2012
Viaggio fra una sinistra frammentata, nei quartieri poveri della capitale
mercoledì 12 ottobre 2011
Chi sono le "forze oscure"?
Il giorno dopo il massacro dei cristiani copti di fronte al grattacielo di Maspiro, sede della televisione pubblica egiziana, negli ospedali si fa ancora il conto dei morti e dei feriti degli scontri più gravi dalla caduta del dittatore Hosni Mubarak, 9 mesi fa. Stando agli ultimi dati del ministero della sanità egiziano i morti sarebbero 29 - 17 manifestanti e 12 tra poliziotti e soldati - mentre i feriti sono piu' di 200. Un bilancio destinato ad aggravarsi: c'e' chi parla di 60 morti, quasi tutti tra i manifestanti. Davanti all'ospedale copto dove sono arrivati la maggior parte dei caduti e dei feriti si radunano parenti e amici. Dentro un sacerdote copto cerca di convincere la gente a chiedere l'autopsia per i propri cari: «E' il solo modo per dimostrare che li ha uccisi l'esercito».
La battaglia tra copti e militari è cominciata domenica sera durante una protesta convocata dopo l'incendio di una chiesa nel distretto di Assuan, nell'Egitto meridionale, la scorsa settimana. Erano partiti in 10.000 da Shubra, quartiere della minoranza copta nella zona nord del Cairo. Nel corteo spiccavano croci, icone religiose e cartelli scritti a mano che chiedevano alle autorità di difendere la libertà di culto e di mettere freno al fondamentalismo islamico. I problemi sono cominciati quando il corteo si è immesso nel tunnel che collega Shubra al centro città. Dai palazzi vicini sono iniziati lanci di pietre, bottiglie e bombe molotov, e si sono uditi colpi di pistola sparati da provocatori (i famigerati baltageya), sospettati di essere manovalanza al servizio della giunta militare.
Verso le sette di sera la testa del corteo ha infine raggiunto la zona di Maspiro, sulla riva destra del Nilo, dove dall'inizio della rivoluzione la comunità copta tiene i propri presidi di protesta. E dopo pochi minuti è cominciato l'inferno. L'esercito ha attaccato frontalmente il corteo. Cariche di blindati lanciati all'impazzata contro la folla, hanno investito chiunque si trovasse sul loro cammino, mentre raffiche di mitre e colpi di fucile hanno mietuto altre vittime. Alcuni manifestanti avrebbero reagito sparando con armi rubate da un camionetta della polizia data alle fiamme. Ma gli organizzatori della protesta insistono che nessuno tra i manifestanti copti ha aperto il fuoco su militari e poliziotti, e accusano gruppi di provocatori e islamisti dell'accaduto.
La battaglia tra manifestanti ed esercito è andata avanti per ore nella zona circostante, compresa la vicina piazza Tahrir che è stata sgomberata attorno alla mezzanotte da plotoni di soldati armati di scudi e bastoni. Poi più o meno alla stessa ora il governo ha dichiarato il coprifuoco in tutta la zona centrale della capitale fino alle sette dell'indomani mattina. Il primo ministro Sharaf è andato in televisione a dichiarare che «forze oscure» sono dietro gli scontri, e che «il paese è in pericolo». E la televisione di stato ha incitato la popolazione a scendere in piazza e a difendere i militari contro gli «assassini» cristiani. Centinaia di salafiti hanno risposto all'appello e sono andati ad attaccare l'ospedale copto dove continuavano ad arrivare i feriti degli scontri.
Il massacro di domenica è l'ultimo in una serie di attacchi contro la minoranza copta in un anno cominciato con la strage islamista del primo gennaio in una chiesa di Alessandria in cui morirono 23 persone. Dalla caduta di Mubarak ci sono state decine di attacchi contro la minoranza copta in diverse zone del paese, di cui alcuni mortali. Ora per i membri della antica setta cristiana, che rappresenta il 9% della popolazione egiziana si profila il rischio di essere stritolati tra il pugno di ferro dell'esercito e il fanatismo dei gruppi salafiti.
«E' difficile descrivere il dolore per quello che è accaduto - afferma Nora Rafea, una ragazza musulmana di 24 anni che è andata ad esprimere solidarietà davanti all'ospedale copto -. Sta succedendo qualcosa di molto inquietante in questo paese. Qualcuno vuole che la rivoluzione si trasformi in una guerra religiosa. La giunta militare vuole aumentare la tensione, e dimostrare che senza di loro il paese finirà nel caos. Continuo ad essere convinta che il popolo egiziano non si farà ingannare da questo complotto». Sarà così?
martedì 11 ottobre 2011
Egitto, dalle curve alle piazze. Gli Ultras nemici fanno pace
Sono decenni che i loro tifosi si fanno la guerra. E ogni derby lascia dietro di sé uno strascico di feriti, arresti, denunce, vetrine spaccate e automobili bruciate, come succede in tanti altri derby noti per la loro violenza: Fenerbahce-Galatasaray a Istanbul, Celtic-Rangers a Glasgow, Roma-Lazio nella nostra capitale. Ma venerdi scorso di fronte all’ambasciata israeliana le tifoserie dell’Al-Ahly e dello Zamalek, le due principali squadre del Cairo, hanno messo temporaneamente da parte la loro rivalità per combattere fianco a fianco contro gli agenti della polizia, come era già successo 7 mesi fa, nei giorni caldi della rivoluzione egiziana.
Prima della rivoluzione il regime vedeva le tifoserie come una delle principali minacce alla sicurezza dello stato, e ci andava giù duro con gas lacrimogeni e manganelli in ogni occasione in cui gli slogan urlati dalla curva nord (quella dell’Al-Ahly) o dalla curva sud (quella dello Zamalek) dello stadio internazionale del Cairo si facessero troppo politici. E questo è proprio quello che è avvenuto la sera del 6 settembre al margine della partita tra Al-Ahly e l’Aswan, club della città sul Nilo nel remoto sud dell’Egitto. Per punire i tifosi dell’Al-Ahly che avevano lanciato slogan ingiuriosi contro l’ex ministro degli interni El-Adly e il deposto presidente Hosni Mubarak, poliziotti in tenuta anti-sommossa hanno preso d’assalto la curva nord, partendo dal basso fino a salire alle ultime file. La battaglia è continuata fino a tarda notte fuori dallo stadio, con un bilancio finale di 130 feriti e decine di arrestati. Di tutta risposta i capi ultras dell’Al-Ahly hanno promesso che avrebbero partecipato in massa alla manifestazione di venerdì contro il regime militare. I rivali dello Zamalek hanno seguito a ruota, suggellando una nuova fase di «tregua rivoluzionaria» con gli arci-rivali. Come avviene per tante altre rivalità calcistiche, l’odio tra tifosi dello Zamalek, e dell’Al-Ahly ha profonde radici politiche e sociali. Zamalek e Al-Ahly sono i due principali club di calcio del Cairo. Lo Zamalek, maglietta bianca con due strisce azzurre, fu fondato nel 1911 da un avvocato belga.Era il team della comunità straniera del Cairo e poi dell’odiato re Farouk deposto dalla rivoluzione di Nasser del 1952. Al-Ahly – considerata la squadra più forte di tutto il continente africano, con 34 titoli nazionali e 6 Coppe d’Africa – rappresentava invece l’impeto di liberazione nazionale, incarnato nei suoi colori sociali, il rosso e il nero della bandiera precoloniale. E se lo stereotipo vuole il tifoso dello Zamalek un intellettuale di classe media, a suo agio con gli “expats” che affollano l’isola in mezzo al Nilo da cui prende il nome, i tifosi dell’Al-Ahly vengono per lo più dalla classe lavoratrice dei quartieri popolari della capitale come Shubra e Giza.
Fu solo nel 2007 che i tifosi dello Zamalek e dell’Al’Ahly diedero vita ai primi veri e propri gruppi di ultras organizzati sul modello autonomo e militante, degli ultras di casa nostra. Così sorsero Gli Ultras White Knights (Uwk) a sostenere lo Zamalek e il gruppo Al-Ahlawy per sostenere i rivali dell’Al-Ahly. L’ultimo incidente grave tra le due tifoserie risale al giugno scorso, quando un gruppo di tifosi dello Zamalek incendiò a colpi di molotov un pulmino su cui si trovavano una decina di tifosi dell’Al’Ahly di ritorno da una trasferta ad Alessandria. Per un pelo non ci scappò il morto, e di tutta risposta un gruppo di autisti del Cairo prese d’assalto la sede dello Zamalek.
Il ruolo di primo piano che i gruppi ultras si sono ricavati nella rivoluzione egiziana riflette quanto il tifo calcistico costituisca uno dei pochi ambiti sociali capaci di competere con l’onnipresenza della religione musulmana, in cui lo stadio diventa l’equivalente della moschea come polo di aggregazione, e in cui il rito del venerdì di preghiera se la deve vedere con il rito del venerdì di tifo allo stadio. Non sorprende quindi che, vista la crescente popolarità del calcio nel paese del Nilo, i potenti Fratelli Musulmani, abbiano annunciato nel maggio scorso l’intenzione di formare un proprio club calcistico, nell’arduo tentativo di coniugare religione e tifoseria.
domenica 11 settembre 2011
Piazza Tahrir contro Israele
Appresso ad uno dei cespugli spinosi della rotonda nella piazza che confina con l'entrata del giardino zoologico e il palazzo dell'ambasciata israeliana, c'è un brandello di una delle centinaia di pagine di documenti ufficiali che venerdì sera sono stati lanciati dalla finestra della sede diplomatica, la stella di Davide che fa capolino sotto una foglia. Su un marciapiede gruppi sparuti di manifestanti continuano a inneggiare contro Israele. Su un altro contro-manifestanti (ancora più sparuti) affermano che l'evento ha messo in cattiva luce l'Egitto e la sua rivoluzione.
In questa piazza senza nome, che nel cuore di tanti rivoluzionari egiziani ha sostituito piazza Tahrir, venerdì notte è stata battaglia tra manifestanti e polizia. Battaglia come non si era vista dai giorni gloriosi della rivoluzione contro Mubarak. Una battaglia che ha lasciato sul terreno tre morti, e 1049 feriti, secondo il bilancio provvisorio stilato dal ministero della salute egiziano, spingendo la giunta militare a dichiarare lo stato di allerta ed il primo ministro Sharaf a rassegnare le dimissioni poi rifiutate. E la crisi non riguarda certo solo la politica interna, dato che l'assalto all'ambasciata ha pure spinto l'ambasciatore israeliano, appena tornato in Egitto a lasciare il paese con un volo militare diretto a Tel Aviv, nella crisi più grave nella storia del trentennale trattato di pace tra i due paesi.
Eppure la giornata di protesta di venerdì era cominciata sotto tono con una manifestazione a Tahrir che era stata ben sotto il milione di persone annunciato dagli organizzatori. Attorno all'enorme rotonda resa celebre dalla rivoluzione erano comparsi di nuovo striscioni e palchi di gruppi e partiti, parenti dei martiri con le foto dei propri cari, al lato di venditori ambulanti, in un'atmosfera rilassata che sapeva più di festa di paese che di rivoluzione.
Poi verso le sette di sera è arrivata la mossa a sorpresa. Il grosso dei manifestanti, con in prima fila i tifosi dei club di calcio cittadini Al-Ahly e Zamalek, è cominciato ad uscire dalla piazza e a scendere lungo il grande corso di Kasr-el-Nil. Dove andassero sarebbe dovuto essere chiaro a tutti, polizia compresa: all'ambasciata israeliana nel quartiere di Giza. Del resto è dal 18 agosto che tutti i giorni lì si concentrano centinaia di manifestanti per far sentire la propria rabbia per l'uccisione di 6 poliziotti di frontiera egiziani. Uccisi dagli israeliani che inseguivano a ridosso del Sinai un gruppo di palestinesi che avevano attaccato un pullman diretto alla località balneare di Eilat, uccidendo 7 civili e 2 soldati.
Il 21 agosto durante una delle proteste uno dei manifestanti era riuscito a scalare fino al 13esimo piano dell'edificio che ospita l'ambasciata di Israele, sostituendo la bandiera di Davide, con quella d'Egitto con al centro la grande aquila dorata di Saladino. Un piccolo assaggio di quello che sarebbe successo pochi giorni dopo. Allertata dall'evento, la giunta militare aveva pure innalzato un muro di protezione intorno all'edificio. Ma la mossa ha solo contribuito a esacerbare gli animi dei manifestanti, a cui quel muro ricordava quello eretto contro i palestinesi.
Per abbatterlo venerdì ai manifestanti ci sono volute poche ore. A partire dalle 4 di pomeriggio hanno cominciato a colpirlo con sbarre di ferro e martelli senza essere troppo impensieriti dalla polizia anti-sommossa. Poi, verso le otto di sera, quando il grosso di manifestanti è arrivato da Tahrir, le esigue linee di polizia messe all'ingresso dell'edificio sono dovute presto battere in ritirata consentendo ad almeno 30 persone di salire le scale dello stabile, fino ai piani più alti in cui si trovano gli uffici diplomatici.
Se l'ambasciata vera e propria sarebbe rimasta indenne, l'ufficio consolare è stato preso d'assalto dai manifestanti, che hanno malmenato un impiegato e hanno messo a soqquadro scaffali e scrivanie. Poi è cominciato il lancio di documenti dalla finestra, con fogli di carta intestata che sono atterrati lentamente sulla piazza di fronte all'ambasciata in una scena surreale che per un attimo ha ammutolito non solo la polizia ma pure i manifestanti, prima dei lanci celebrativi di bengala e delle grida "Horreya! Horreya!" (libertà) e "Tasqot, tasqot Israil" (abbasso Israele).
La polizia ha provato a respingere i manifestanti ed è riuscita a cacciare gli invasori dagli uffici diplomatici di Israele. Ma presto si è vista costretta ad arretrare verso nord, a ridosso della centrale di polizia di Giza, che non è stata data alla fiamme solo grazie all'arrivo dei blindati dell'esercito. La battaglia è andata avanti tutta la notte con ondate continue di attacchi da parte dei manifestanti . Per disperderli non sono bastati lacrimogeni e pallottole di gomma. Il grosso della folla si è ritirato solo dopo che i militari hanno cominciato a sparare in aria raffiche di avvertimento e i blindati della polizia si sono lanciati in caroselli a tutta velocità contro la folla.
Mentre ieri i manifestanti attendevano con trepidazione notizie dalla riunione di emergenza del consiglio militare convocata per la serata, gli egiziani si dividevano tra la gioia e la preoccupazione per le conseguenze dell'evento. Secondo Kamal, un meccanico ventenne di Giza, «questa è la dimostrazione che gli egiziani sono liberi e non si faranno mettere i piedi in testa da nessuno». Ma c'è chi come Mohammed Sharqawi uno studente di scienze politiche vede pericoli profilarsi all'orizzonte. «A noi egiziani non interessa fare la guerra con Israele. Questo è quello che vogliono i salafiti e i fratelli musulmani. Se scoppia una guerra possiamo dire addio alla nostra rivoluzione»
giovedì 11 agosto 2011
Le gang si organizzano
I tumulti che hanno visto picchi di fumo innalzarsi su Londra affondano le loro radici nel diffuso disagio sociale e la loro forma di espressione nella «gangsta culture», quella con cui si identificano le bande di ragazzini dei quartieri più disagiati della capitale da Tottenham a Brixton.
Si tratta di gruppi fluidi, ognuno con il suo cappellino, sciarpa o guanti di appartenenza: difendono il territorio che ricade sotto un codice postale. In maggioranza si tratta di ragazzini afro-caraibici di seconda generazione, tra i 10 e i 25 anni. Ma al loro fianco ci sono anche tanti ragazzi bianchi, nati in famiglie disagiate che vivono proprio di quei sussidi che il governo Cameron sta tagliando senza pietà.
Le gangs di Londra che hanno fatto da traino ai tumulti di questi giorni, vengono da una tradizione che risale agli i anni Trenta quando nell'East End gli inglesi Hoxton Boys e gli ebrei Yiddishes lottavano con le mob italiane guidate da Charles «Darby» Sabini per il controllo di bische e bordelli, ma se la vedevano pure con le camicie nere di Oswald Mosley. Poi nel dopoguerra fu la volta dei Teddy Boys, dei Mods, dei Rockers e degli Skinheads, fenomeni a cavallo tra sottocultura e malavita, fino ad arrivare alla gangsta culture dei giorni nostri.
Negli ultimi anni una serie di studi avevano lanciato l'allarme: le gang sono in crescita, sempre più organizzate, sempre più violente. Stando a un rapporto realizzato nel 2007 da Scotland Yard solo a Londra ci sono 169 gang per lo più localizzate nelle zona periferiche Nord e Sud, guarda caso proprio nelle aree di maggior emarginazione sociale. Quell'anno 26 ragazzi furono uccisi nella capitale in scontri tra bande. Un nuovo avvertimento fu suonato nel 2009 dalla ong filo-conservatrice Centre for Social Justice, secondo cui 50.000 ragazzi britannici erano affiliati alle gang. La soluzione? «Tolleranza zero verso i capi-banda».
Un face, o capo-banda era proprio Mark Duggan il «martire», la cui uccisione da parte della polizia ha scatenato l'ondata di tumulti. Duggan era cresciuto nei palazzoni popolari di Broadwater Farm, dove nel 1985 si scatenò una rivolta che ricorda da vicino la sommossa di questi giorni, e in cui fu ucciso l'agente Keith Blakelock. Il ragazzo, ventinove anni, di famiglia caraibica, era salito velocemente al vertice degli Star, uno dei sotto-gruppi dei Tottenham Man Dem, il cui territorio è cifrabile nel codice postale N17 e i cui nemici tradizionali sono gli Hackney boys, e gli Shankstarz del vicino sobborgo di Edmonton.
Se la storia delle gang britanniche è sempre stata una storia di faide territoriali, i tumulti degli ultimi giorni suggeriscono che adesso le bande stanno facendo fronte contro il nemico comune: i cops, ovvero gli sbirri. L'offensiva lanciata dalla polizia negli ultimi mesi contro di loro, sembra aver spinto diverse bande a mettere da parte almeno temporaneamente le rivalità, come nel famoso film del 1979 The Warriors o come nei Los Angeles riots del 1992. Ma questa volta c'è qualcosa di più.
Per strada negli ultimi giorni si sono visti anche tanti ragazzi (e ragazze, le riots girl) che anche se non affiliati alle gang, vedono nella «gangsta culture», una forma di rivincita esistenziale contro uno società che considera gli abitanti dei quartieri poveri come dei «parassiti» a cui tagliare i sussidi. Le gang si stanno insomma guadagnando un rolo che se non è propriamente politico, quantomeno è pre-politico. Il controllo del territorio diventa così una sfida allo stato che non solo non offre lavoro ma soffoca pure l'economia criminale del traffico di droga e dei piccoli furti che dà da mangiare a tante famiglie.
Infine l'elemento etnico. In molti hanno tracciato paralleli con i riots di Brixton, dei primi anni Ottanta in cui la comunità caraibica si ribellava contro una polizia razzista. Ma nelle nelle foto di questi giorni a mancare non sono tanto i ragazzini bianchi, ma piuttosto i coetanei pachistani e bangladesi, che vivono simili situazioni di emarginazione, e sono anche loro organizzati in gang, come i Cannon Street Boys di Shadwell a Londra.
La morte di tre ragazzi asiatici investiti da un auto durante i tumulti a Birmingham, rischia di essere la scintilla capace di trasformare questi riots anti-stato in uno scontro inter-etnico (neri e bianchi contro asiatici) dalle conseguenze imprevedibili.
mercoledì 9 marzo 2011
Gente di Dublino, le vittime della crisi
«Sono 8 mesi che sono senza una sistemazione. Facevo l'architetto in uno studio qui a Dublino. E vivevo con la mia ragazza a Ranelagh. Purtroppo quando è cominciata la crisi nel settore costruzioni mi hanno licenziato assieme a diversi colleghi. E nel frattempo è finita la relazione con la mia ragazza. L'affitto era troppo alto per pagarlo da solo. Ho cominciato a stare a corto di soldi. Ho dovuto lasciare la casa. È così che sono diventato homeless».
Tom O' Kelly ha 32 anni e porta una giacca di tweed grigia di buona fattura e abbastanza ben tenuta se non fosse per gli orli consumati. Non è difficile immaginarselo ben rasato e con la camicia pulita e stirata, mentre di mattina aspetta il tram per andare in ufficio, come faceva ogni giorno durante gli anni del boom immobiliare. Come facevano tanti altri barboni di classe media (middle class homeless) che cercano di sopravvivere sulle strade di Dublino. In un paese se negli anni buoni era noto come la "tigre celtica" per la sua crescita rampante, dopo la crisi dei mutui tossici si è ritrovato imprigionato nella gabbia del Fondo Monetario e Banca Centrale Europea a cui l'Irlanda deve un prestito da 85 miliardi di euro. E interessi.
Alla mensa di frate Kevin
Tom lo incontro in coda per prendere il biglietto gratuito da consegnare alle cuoche del Capuchin Day Centre, la più grande mensa per i poveri di Dublino, gestita dall'anziano frate cappuccino Kevin Crowley. Ogni giorno qui viene servita una media di mille pasti a chi non ha soldi per sfamarsi: numero più che raddoppiato rispetto agli anni prima della crisi quando ne servivano un massimo di quattrocento. Simili aumenti ci sono stati anche per le colazioni, e i sacchetti di provviste che il centro distribuisce una volta alla settimana.
È la terza volta che negli ultimi anni vado a visitare la mensa di frate Kevin. E ogni volta che vengo il salone sembra essere sempre più gremito e la coda fuori più lunga, anche se per fortuna dall'altro lato ci sembrano anche essere sempre più cuoche in azione e cibo a sufficienza. «Da quando vengo qui il numero di persone è aumentato considerevolmente», conferma Simona, una ragazza siciliana che lavora come maestra di tango e fa la volontaria al Capuchin Centre. Testimonianze che sembrano contraddire la Homeless People Unit, ente per l'assistenza ai poveri della città di Dublino, secondo cui il numero di senzatetto sarebbe invariato rispetto ai censimenti fatti prima della crisi.
Frate Kevin, che ha aperto il centro alla fine degli anni '60, invece non ha dubbi. «Nella mia vita non avevo mai visto un periodo più nero di questo, con più angoscia e disperazione sulle strade di Dublino. Con più persone che avessero bisogno di aiuto e con tante persone benestanti cadute in disgrazia». E se chiedi a frate Kevin chi siano le persone che si siedono alla sua mensa, lui risponde: «Noi non facciamo domande alle persone che vengono qui perché pensiamo che sia già abbastanza difficile la situazione in cui si trovano. Però talvolta le persone ci raccontano le loro storie e da quello si può vedere che questa crisi non ha risparmiato nessuno». Insomma non solo i «soliti sospetti» come disoccupati e operai poco qualificati, o persone con problemi di droga, alcolismo e malattia mentale, ma pure «architetti, ingegneri, avvocati». «Noi li chiamiamo i nuovi poveri».
Classe media allo sbando
La crisi dei mutui spazzatura non è la prima crisi ne sarà l'ultima che si abbatte sulle coste dell'Irlanda. I più anziani ricordano ancora con amarezza quella «terribile» degli anni '80, quando tanti irlandesi si trovarono costretti a emigrare a frotte. Come ai vecchi tempi. La differenza è che se in quel caso a essere colpiti furono soprattutto operai e minatori, vittime della de-industrializzazione, questa crisi è arrivata dappertutto, colpendo pesantemente la classe media di impiegati e liberi professionisti. Neppure gli «eroi economici» degli anni del boom immobiliare, gli architetti e ingegneri impegnati nei progetti infrastrutturali e residenziali che fino a pochi anni disseminavano di gru il paesaggio urbano, sono stati risparmiati dal tritacarne.
Il settore delle costruzioni è uscito dalla crisi pressoché dimezzato, con decine di migliaia di muratori finite nelle liste di disoccupazione che hanno superato quota 400.000. Tra le fila dei progettisti, architetti ed ingegneri, addirittura un terzo è finito licenziato tra il 2008 e il 2009. La perdita del lavoro ha colto molti tra questi professionisti (specie i più giovani) senza risparmi e con il peso di mutui contratti nel periodo di massima espansione della bolla immobiliare, con rate che sono diventate di colpo insostenibili anche per lavoratori altamente qualificati per cui ormai non c'era prospettiva di trovare lavoro. C'è chi è riuscito a salvarsi facendo affidamento a parenti e amici o emigrando all'estero come hanno fatto 200.000 irlandesi dall'inizio della crisi. Ma in tanti, specie quelli rimasti senza reti sociali a cui aggrapparsi, si sono ritrovati di colpo poveri. Talvolta senza neppure un posto dove dormire al riparo dalla pioggia e dal freddo.
Seduto ad uno dei tavoli del Capuchin Day Centre trovo Nick, un uomo di 35 anni con i capelli castani un po' imbiancati. Originario di Cork, lavorava come ingegnere civile, occupandosi di gestione del cantiere per una compagnia edilizia di Dublino. «Ho fatto male i calcoli con i soldi che avevo e con il costo della vita. Quando ho perso il lavoro mi sono reso conto che non riuscivo a pagare le rate del mutuo e ho cominciato a vivere dove capitava, in case abbandonate. A volte pure per strada. Gli ostelli per i poveri non mi piacciono», racconta tenendo stretta la forchetta con cui si porta alla bocca roastbeef e purè di patate. Poi mi spiega con puntiglio da buon ingegnere come ci si arrangia nella vita per strada. «Bisogna mettere diversi strati di cartone sotto il sacco a pelo per dormire bene. Perché se no ti entra il freddo del marciapiede. E bisogna cercare un posto dove non ci sia vento e dove la gente non vada a pisciare. Dopo un po' ci si abitua anche a quello».
«Sentiamo tante storie di gente che prima stava bene e adesso non sanno come la cavarsela e come fare a pagare le rate del mutuo», spiega frate Kevin. Secondo gli ultimi dati 45.000 famiglie irlandesi si trovano in arretrato di 3 mesi sulle rate del mutuo, per un valore complessivo di 8,5 miliardi di euro di «mutui tossici». Si tratta spesso di persone che stavano relativamente bene prima della crisi, ma che non hanno messo da parte «il penny per il giorno di pioggia» come consiglia un proverbio popolare. E che ora devono fare fronte alla minaccia di sfratti di massa. Specie se come temono in molti nei prossimi mesi le banche irlandesi che fino ad ora hanno ricorso limitatamente agli sfratti contro le famiglie in arretrato, decidano di andarsi a prendere le case che nel frattempo hanno perso più un terzo del valore che avevano prima della crisi. Per cercare di venderle e recuperare il possibile.
La casa: da sogno a incubo
Gli «architetti senza tetto» che si incontrano alla mensa di padre Kevin sono la dimostrazione che il sogno del neoliberalismo del mattone made in Ireland si è trasformato in un incubo. Un incubo che ha sullo sfondo l'immagine delle lunghe file di case appena costruite e già abbandonate nella periferia di Dublino, Cork, Galway e tante altre città. E in primo piano l'immagine di un uomo impiccato alla casetta di legno del suo giardino. «Un mio collega era andato a fare visita ad un signore che era in arretrato sulle rate del mutuo. La moglie gli ha detto che non c'era e di tornare tra due ore», racconta Andrew, un ragazzo che lavora in una banca immobiliare a Dublino. Prima della crisi siglava mutui. Adesso è stato spostato insieme a molti colleghi al reparto recupero crediti. «Quando il mio collega è tornato lo ha trovato morto. Nei prossimi mesi la mia banca potrebbe chiedermi di essere più aggressivo con le persone che sono in arretrato sui pagamenti. E io non so se ne sono capace».
La casa da formidabile fonte di speculazione si è trasformata in una dannazione per le banche dei mutui a go-go, e in una meta irraggiungibile per tante persone, come quelle che ogni giorno fanno la fila alla mensa di padre Kevin. «Quello che vorrei è avere una casa e non avere più bisogno della droga. Non chiedo tanto», afferma sorridendo Stuart, 42 anni, americano d'origine, con 3 anni passati nell'esercito. Adesso dorme in un ostello per i poveri del comune di Dublino. Di lavoro fino a un anno fa faceva l'avvocato ed era sposato con una donna irlandese con cui viveva in una casa spaziosa nel Nord di Dublino. Dopo problemi di alcolismo e la separazione con la moglie, anche lui si è trovato senza risparmi. Ha avuto problemi ad ottenere il sussidio di disoccupazione e per l'abitazione, «perché per avere il sussidio devi risiedere da qualche parte», e si è trovato anche lui assieme come tanti altri professionisti, un tempo stimati e ben pagati, a dormire dove capita e a mangiare alla mensa per i poveri.
«Io spero vivamente che la situazione migliori - afferma frate Kevin - ma a vedere quello che sta succedendo temo che nei prossimi mesi possano aumentare ancora le persone che hanno bisogno di aiuto. E potrebbe diventare difficile dare da mangiare a tutti quelli che hanno bisogno». Il Capuchin Day Centre spende ogni anno 1,3 milioni euro, di cui 430.000 sono coperti dallo stato e il resto da offerte. Il timore è che il nuovo governo della coalizione Fine Gael e Labour che ha vinto le elezioni di fine febbraio possa tagliare quei fondi come minacciava già di farlo il precedente governo liberista del Fianna Fail. «Dobbiamo amare il nuovo governo, sperando che ci continui ad aiutare» sospira frate Kevin con una vena di amarezza prima di tornare a supervisionare il traffico di piatti e pentole dell'indaffaratissima cucina.
domenica 27 febbraio 2011
Vince Fine Gael, laburisti tentati dalla coalizione
Stando ai dati parziali che emergono dagli scrutini delle prime preferenze (in Irlanda gli elettori possono esprimerne fino a otto in ordine di gradimento) resi disponibili nella tarda serata di ieri per il partito repubblicano Fianna Fail, si prospetta il peggiore risultato di una storia cominciata nel lontano 1927. Il partito del primo ministro Brian Cowen, che ha deciso di non ripresentarsi per evitare un'umiliazione, ottiene in base alle proiezioni circa il 17% delle preferenze: un terzo del risultato ottenuto nelle ultime elezioni nazionali nel 2007.
A guadagnarne sono soprattutto i cugini centristi del Fine Gael che con il Fianna Fail hanno monopolizzato la scena politica irlandese. Con il 36% dei voti la formazione diventa il partito proietta il proprio leader, il timido Enda Kenny alla poltrona di primo ministro. Festeggiando i risultati Kenny ha promesso di formare un «governo forte del popolo e per il popolo» accusando il Fianna Fail di aver spezzato il legame di fiducia tra cittadini e istituzioni.
Ma per avere la maggioranza in parlamento il Fine Gael, che a Bruxelles è affiliato al partito popolare europeo dovrà quasi certamente fare i conti con i laburisti di Eamon Gilmore, tradizionalmente molto deboli in terra d'Irlanda, che però questa volta segnano un record storico conquistando circa il 20% dei voti. L'alternativa per il Fine Gael sarebbe cercare voti tra i deputati indipendenti. Ma questa viene ritenuta un'opzione troppo costosa e inaffidabile.
Le elezioni vedono anche un'ottima affermazione del Sinn Fein di Gerry Adams che sembra destinato a superare la soglia del 10%, guadagnando seggi anche fuori dalle sue tradizionali roccaforti al confine con l'Irlanda del Nord. A soffrire sono invece i Verdi che pagano la partecipazione al governo Fianna Fail con un consenso dimezzato al 2%. Uno dei dati più significativi di queste elezioni è poi il grande numero di prime preferenze andato a candidati indipendenti e piccoli partiti che assieme raggiungono quota 15%. Tra questi candidati di centro-destra che non si volevano affiliare con il Fianna Fial visto come «partito tossico», ma anche esponenti dei piccoli partiti di sinistra, il Socialist Party e People Before Profit che alleati nella coalizione United Left Alliance riuscirebbero a guadagnare ben 7 seggi al Dail, la camera bassa del parlamento irlandese.
Nella nottata sono già cominciati i contatti tra Fine Gael e Labour per formare un governo di coalizione. Ma tra Labour e Fine Gael non sarà facile limare le differenze emerse durante la campagna elettorale e prima di tutto il modo in cui gestire il prestito da 85 miliardi di Fmi e Bce a cui il governo di Dublino si è dovuto piegare nel novembre scorso per evitare lo scatenamento di una crisi monetaria a livello europeo.
Il leader Labour Gilmore vuole che sia ritoccato il tasso di interesse sulla parte del prestito messa a disposizione dai funzionari di Francoforte, che è stato fissato a un «punitivo» 5,8%: quasi un punto percentuale in più rispetto al prestito concesso alla Grecia. Ma vorrebbe pure un piano di rientro più lento sul deficit, rispetto a quello sostenuto dal Fine Gael che vuole acconsentire alle pesanti richieste di Bruxelles di ridurlo al 3% entro il 2014. Così il risultato delle elezioni irlandesi e le condizioni poste dal Labour per entrare nel governo non potranno che destare preoccupazione nel cancelliere tedesco Angela Merkel terrorizzata dalla prospettiva di un'Irlanda restia ai voleri di Bruxelles e tentata a risfoderare la minaccia dell'insolvenza per ottenere condizioni più favorevoli.
sabato 26 febbraio 2011
Vendetta elettorale contro il Fianna Fail
che hanno visto una batosta storica per il partito di governo Fianna Fail accusato di responsabilita' per la crisi dei mutui spazzatura che ha mandato il paese al collasso economico.
sabato 19 febbraio 2011
Addio Vecchio Welfare
Toynbee Hall fu creata ad inizio novecento dai filantropi del «settlement movement» che volevano alleviare il disagio sociale dei poveri. E qui cominiciò la sua carriera, William Beveridge, il politico laburista (e poi liberale) che disegnò il modello del moderno stato sociale inglese, che negli anni successivi ha ispirato le altre socialdemocrazie europee. Ai tanti contributi
ideati a suo tempo da Beveridge, per garantire uno standard minimo di vita «al di sotto del quale nessuno dovrebbe essere lasciato cadere» ora il governo di coalizione Lib-Con vuole sostituire un «credito universale». L’obiettivo sbandierato da Cameron è in apparenza ragionevole: semplificare
il sistema, (cosa su cui a destra e a sinistra in molti sono d’accordo), ma pure incentivare chi oggi vive a carico della collettività a tornare sul mercato del lavoro. Il tutto nel solco di un conservatorismo compassionevole, che vuole fare fuori il Big Government o lo «stato tata», per fare posto a una grande società, ispirata ad una «cultura della responsabilità». «Mi rifiuto
di pensare che 5 milioni di persone siano inerentemente pigre e non vogliano migliorare se stesse e le proprie famiglie» - ha dichiarato il primoministro.
Il problema è che di aiuti concreti a trovare un posto di lavoro non se ne vede l’ombra, cosa tanto più preoccupante in un momento in cui il settore privato è in ritirata, con il Pil che ha fatto retromarcia nell’ultimo quadrimestre. Dietro le dichiarazioni di facciata si nasconde la sostanza di un’assalto alla spesa sociale. Un milione e mezzo di famiglie vedranno ridurre le loro
entrate come conseguenza della riforma che entrerà in vigore nell’ottobre 2013. Verrà introdotto un limite masso ai contributi complessivi di 26.000 sterline per famiglia, provvedimento che colpirà 50.000 nuclei familiari. Ad essere presi di mira anche i tre milioni di inglesi che percepiscono il contributo per l’invalidità che sarà ridotto del 20 percento. Il governo ritiene
che siano troppi e che stiano crescendo troppo rapidamente. E tagli a pioggia andranno anche a colpire i contributi per l’abitazione e le famiglie con bambini. Le riduzioni dei contributi sono accompagnate da un giro di vite contro chi ottiene contributi senza averne diritto, con multe
da 350 sterline per chi viene beccato e sospensione dei contributi a chi persevera nel frodare lo stato. A guadagnare davvero dal nuovo piano di riforma sarebbero secondo gli analisti solo 100.000 famiglie, nel 40% più disagiato, che potrebbero vedere i contributi statali aumentare fino a 4.000 sterline all’anno.
Il raid contro le categorie più deboli della popolazione lanciato da Cameron e Smith dovrebbe fruttare all’erario 5,5 miliardi nei prossimi anni. Soldi da destinare all’abbattimento del deficit, in un momento in cui l’emergenza vera non sono i conti pubblici ma un’economia ferma al
palo ed un tasso di disoccupazione che continua ad aumentare. Le fila dei senza lavoro sono destinate ad ingrossarsi nei prossimi mesi, quando arriveranno le lettere di licenziamento da parte delle autorità locali che devono fare fronte a pesanti tagli di bilancio. Si calcola che nei
prossimi anni mezzo milione di lavoratori pubblici perderanno il lavoro come conseguenza della politica lacrime e sangue del governo Cameron. E nonostante la stretta ai contributi, secondo alcuni analisti la spesa sociale potrebbe andare alle stelle, per l’afflusso di un’ondata di nuovi
disoccupati per cui a dispetto delle belle parole di Cameron sarà difficile non vivere a spese dello Stato.
domenica 23 gennaio 2011
Il portavoce del primo ministro David Cameron costretto a dimettersi
La spada di Damocle che, ad anni di distanza, è precipitata sulla testa di Coulson, riguarda l'utilizzo di intercettazioni illegali su telefoni di vip della politica e dello spettacolo fatto dai giornalisti di News of the World, il domenicale del tabloid Sun, di cui Coulson fu direttore dal 2003 al 2007. Sotto la sua direzione ben 120 persone avrebbero avuto il cellulare sotto controllo per ottenere scoop da pubblicare sul giornale del magnate mediatico Rupert Murdoch. Tra le vittime più note l'attrice Sienna Miller, l'attuale sindaco di Londra Boris Johnson, l'ex direttore di Scotland Yard Ian Blair e pure il principe William.
La polizia cominciò a indagare sulle intercettazioni nel 2006 quando scoprì che il cellulare del principe era sotto controllo e nel gennaio 2007 arrestò Clive Goodman, corrispondente reale del giornale. Coulson si dimise dall'incarico, insistendo che non era mai stato al corrente delle registrazioni. Negli ultimi anni sono venuti a galla nuovi dettagli con ulteriori arresti e processi ancora in corso. Recentemente Coulson è stato nuovamente chiamato a testimoniare dalla polizia. E in molti hanno messo in dubbio che lo stesso Rupert Murdoch non sapesse dei metodi spicci adottati dai giornalisti di News of the World.
Una carriera folgorante finita nell'ignominia quella di Coulson. Dopo un'infanzia nella miseria di una casa popolare in Essex, Coulson si fece notare lavorando per il quotidiano arci-conservatore Daily Mail. Fino ad essere scelto a 34 anni da Murdoch per dirigere News of the World, che portò ad aumentare le vendite con scoop sensazionali spesso ottenuti proprio grazie alle intercettazioni illegali. Dopo le dimissioni dal giornale, Cameron mise Coulson a guidare la comunicazione di Tory in vista delle elezioni che li hanno riportati a Downing Street.
Ma ora per il primo ministro che si è detto «rattristato», il caso Coulson rischia di rivelarsi una patata bollente che mette pericolosamente in luce quanta poca sostanza ci sia nella sua promessa di una «nuova politica». Ad approfittarne è il leader del Labour Ed Miliband secondo cui il caso «solleva dubbi sulla capacità di giudizio» del primo ministro. Certo il battage mediatico sul suo ex pupillo non farà felice neppure Rupert Murdoch che proprio in questi giorni attende che il governo gli permetta di entrare in possesso del 61% delle azioni di BSkyB la più importante televisione commerciale del Regno unito in barba al pluralismo e all'anti-trust.
venerdì 21 gennaio 2011
Sesso e ecologismo, la tattica degli infiltrati
Un'inchiesta condotta dal Guardian nelle ultime settimane ha svelato che dal 1995 al 2009 almeno quattro agenti, sotto il comando della National Public Order Intelligence Unit (Npoiu), sono riusciti a infiltrarsi a fondo nel movimento ecologista britannico. Stringendo rapporti affettivi e relazioni sessuali con attivisti per raccogliere informazioni e rafforzare la loro copertura. Stando a Kennedy, il primo agente ad essere smascherato, che si è dichiarato pentito e ha criticato pubblicamente l'operato della polizia, non sarebbero i soli: gli infiltrati sarebbero ben 15 in un movimento che conta poche centinaia di persone. A conferma che i timori diffusi tra tante persone coinvolte nei movimenti non sono solo «activist paranoia».
Con i capelli biondi lunghi e scarmigliati, due vistosi orecchini, i tatuaggi, la barba ed il sorriso guascone Mark Kennedy era considerato uno di famiglia tra gli attivisti del Climate Camp: movimento nato nel 2006 per fermare i "criminali climatici" prendendo di mira centrali a carbone, aeroporti e banche. Era entrato in scena nel 2003 presentandosi al gruppo ecologista Earth First come "Mark Stone" uno scalatore che aveva deciso di fare qualcosa di "produttivo" con la sua vita. Sempre pronto ad arrampicarsi su alberi, recinti o ciminiere si era inserito perfettamente nel movimento. Tanto da andare a letto con decine di attiviste.
Kennedy, che aveva anche partecipato a proteste internazionali e visitato gruppi anarchici in Italia, Germania e Spagna, è stato smascherato quando alcuni attivisti sospettosi lo hanno messo alle corde. Tra gli indizi il fatto che la polizia avesse a sorpresa lasciato cadere le accuse contro una decina di attivisti che avevano partecipato ad un'azione contro la centrale a carbone di Ratcliffe-on-Soar nel 2009. Tra questi c'era Kennedy, che solo tra tutti non sarebbe andato a processo. Dopo aver ottenuto una confessione da Kennedy gli attivisti hanno passato l'informazione al Guardian. E giorno dopo giorno sono continuate a filtrare nuove rivelazioni che mettono in luce un sistema orwelliano di controllo dei movimenti sociali.
L'ultimo agente ad essere stato smascherato dal quotidiano progressista inglese è Jim Boyling. Entrato nel 1999 in Reclaim the Streets, gruppo celebre per i suoi street party di protesta contro l'invadenza delle automobili, l'infiltrato inviava rapporti giornalieri alla polizia sul comportamento delle persone a lui vicine. Tra queste Laura, che con Jim nel 2005 ha finito pure per sposarsi e avere due bambini dopo che lui aveva confessato di essere un agente ma di essersi pentito. Assieme al suo nome ne sono emersi altri due: Lynn Watson, che aveva infiltrato gli anarchici di Leeds, e Mark Jacobs, che era entrato come talpa nel movimento contro il cambiamento climatico Rising Tide.
Per la polizia inglese, sotto pressione dopo le rivelazioni, si tratta di «un'operazione andata male». Jon Smith, ufficiale dell'Association of Chief Police Officer (Acpo), ha ammesso che «i poliziotti hanno superato ogni limite». Ma riguardo ai rapporti sessuali con attiviste sotto osservazione per ottenere informazioni, si è limitato a dire che «è inevitabile che questo tipo di cose succedano», suggerendo che gli agenti smascherati siano vittime della sindrome di Stoccolma. Due indagini ufficiali sono state aperte sulla vicenda. E nelle prossime settimane diversi gruppi della galassia ecologista potrebbero vedere alcuni membri sparire inaspettatamente da quelle riunioni che prima frequentavano assiduamente.
mercoledì 15 dicembre 2010
"Con Internet Wikileaks ha scardinato il giornalismo" - Intervista con John Pilger
Con l'arresto di Julian Assange si sta aprendo nuovamente il dibattito sulla libertà di informazione. Gli Stati uniti che non vogliono fare la figura dei censori sostengono che Assange non è un giornalista. Lei come giornalista che cosa ne pensa?
Julian Assange sicuramente è un giornalista, come lui stesso mi ha detto. Del resto anche il suo titolo ufficiale è editor-in-chief, o capo redattore di Wikileaks. Poi chi è che decide chi è giornalista o no: il governo Usa? Stando a sentire i portavoce del governo statunitense né io né voi giornalisti de il manifesto verremmo considerati giornalisti, perché abbiamo una «linea politica». Come se i giornalisti mainstream o quelli di destra non avessero una linea politica.
Lei negli ultimi decenni è stato uno dei pionieri del giornalismo investigativo, prima come inviato speciale per il Daily Mirror e poi per la televisione. Qual è la vera novità del giornalismo investigativo via internet?
Prima di tutto la velocità. Wikileaks sta facendo in pochi giorni rivelazioni eclatanti sul funzionamento della diplomazia e dell'apparato militare statunitense che in passato avrebbero richiesto mesi se non anni di lavoro. E ha introdotto un modello interessante in cui i giornalisti diventano «facilitatori» per la diffusione di informazioni rivelate dai whistleblowers (letteralmente i fischiatori, una figura codificata nel mondo anglosassone). Persone che lavorano per lo stato e rendono noti segreti scottanti perché pensano sia giusto che il pubblico venga a sapere. Con o senza internet, non si fa giornalismo investigativo senza questi whistleblowers. Ed è importante che anche loro vengano protetti.
Nonostante l'importanza delle informazioni pubblicate da Wikileaks sembra esserci poca solidarietà da parte dei suoi colleghi giornalisti.
Il fatto è che Wikileaks sta mettendo in imbarazzo i giornalisti tradizionali che negli ultimi anni si sono abituati a fare gli stenografi del potere. È un vero e proprio choc per tante istituzioni giornalistiche come il New York Times, o il Washington Post, ma anche per tanti giornalisti del Guardian, illusi che il loro ruolo fosse insostituibile. Per questo nella stampa serpeggia invidia e risentimento verso Assange. Ma invece di arrabbiarsi dovrebbero cogliere quello che sta succedendo come un invito a tornare a svelare quello che i governi vorrebbero nascondere ai cittadini.
sabato 11 dicembre 2010
Risuona «Anarchy in the Uk»
Per i politici che siedono in parlamento quello che si è visto giovedì sulle strade della capitale del Regno Unito è semplicemente «inaccettabile», «bestiale», «criminale». «Dobbiamo essere certi che gli studenti che si comportano in questa maniera vergognosa avvertano tutta la forza della legge di questo paese» - attacca minaccioso il primo ministro conservatore David Cameron che ha fatto i complimenti alla polizia per aver dimostrato «moderazione». Quanto agli studenti si tratta solo di «sognatori» come affermato dal detestato leader liberaldemocratico Nick Clegg. E di sognatori violenti, per giunta.
«C'erano molte persone che chiaramente volevano commettere atti violenti e distruggere proprietà» - ha commentato Cameron che si trova a far fronte a un'ondata di conflitto sociale che apparentemente né lui né i suoi compagni di partito avevano messo pienamente in conto. A dare manforte al primo ministro, nell'aprire la caccia ai «vandali» che hanno avuto l'ardore di mettere a repentaglio l'incolumità degli eredi al trono è il Labour, che per voce di Ed Balls, ministro ombra agli interni attacca la «minoranza violenta» che «ha dirottato una protesta in gran parte pacifica». «Anarchici di professione e agitatori violenti» come li ha definiti il deputato conservatore David Davis, che pure ha votato contro l'aumento delle rette.
La polemica istituzionale si concentra sulla falla alla sicurezza di Carlo d'Inghilterra e Camilla Parker Bowles che avrebbe incassato un colpo nelle costole attraverso la finestra dell'auto finita aperta per errore proprio mentre i manifestanti lanciavano oggetti. Gli uomini della scorta che sarebbero stati sull'orlo di sfoderare le pistole contro i 40 manifestanti che giovedì sera avevano circondato contro la vettura reale nelle strade dello shopping. A finire per l'ennesima volta nell'occhio del ciclone è il capo di Scotland Yard Paul Stephenson: accusato nuovamente di aver sottovalutato le proteste.
Stephenson che ha promesso «un'indagine approfondita» sull'accaduto deve pure fare i conti con le critiche per la violenza della polizia. Una quarantina di manifestanti sono dovuti andare in ospedale per farsi curare le ferite riportate durante la protesta. Tra questi Alfie Meadows, un ragazzo ventenne che studia filosofia alla Middlesex University, sottoposto a un'intervento chirurgico d'emergenza alla testa durato tre ore per fermare un'emorragia cerebrale a seguito di una manganellata. Decine di studenti hanno riportato fratture ed ematomi dopo gli scontri con le forze dell'ordine che non ha esitato a ricorrere a cariche di poliziotti a cavallo per respingere la folla: una cosa così che non si vedeva dal 31 maggio 1990, giorno della grande protesta contro la poll tax voluta dalla lady di ferro Margaret Thatcher.
Ma a uscire veramente pesti da queste settimane di polemica politica e scontri di piazza sono soprattutto i liberaldemocratici che i sondaggi danno ridotti a un misero 8%. Ieri Clegg ha dovuto fare i conti con un'ondata di dimissioni di membri locali del partito che non hanno condiviso il voltagabbana sulle tasse universitarie. E in molti prevedono che il leader libdem potrebbe perdere la leadership, se gli elettori giovani a maggio bocceranno in massa il referendum per il passaggio a un sistema elettorale più proporzionale voluto da Clegg, per farla pagare ai libdem traditori.
"Ci avete rubato tutto, ieri i soldi e oggi la speranza"
Ragazzi che per parafrasare un celebre proverbio arabo assomigliano molto di più ai tempi di crisi in cui sono cresciuti, piuttosto che ai propri genitori che ai loro tempi di proteste ne hanno fatte poche, per lo più pacifiche, e su problemi che non li toccavano direttamente come la fame nel terzo mondo o l’apartheid in Sudafrica. E che non si sentono rappresentati dal sindacato studentesco percepito come distante e parte del sistema, ma neppure dai gruppuscoli e partitini della sinistra antagonista che pure cercano di approfittare dell’ondata di mobilitazione per reclutare militanti.
Il vecchio motto punk «no compromise» è diventato non a caso uno degli slogan più popolari tra gli studenti che scendono in piazza con tanti cartelli ma poche bandiere. Con la testa incappucciata ed i volti coperti, ed al suono di musica drum’n’base come eravamo abituati a vedere in Germania, in Francia o in Italia. Certo non nel regno di Elisabetta II. E questo antagonismo si riflette nelle dichiarazioni dei leader del movimento per nulla intimiditi dall’attacco della stampa contro gli studenti che il “Sun” bolla «yobs», come i compagni di violenze di Alex in “Arancia Meccanica”.
Per Clare Solomon, presidente del sindacato degli studenti universitari londinesi, «chi parla di violenza è un ipocrita. Sono gli stessi che sostengono la guerra in Afghanistan. I violenti sono quelli che usano i fucili. Non chi rompe una vetrina». Sulla stessa linea Mark Bergfeld, carismatico leader della coalizione Education Activist Network che sostiene che la violenza è stato «il risultato delle condizioni orribili in cui sono stati tenuti gli studenti», finiti cordonati per ore dagli agenti nella zona del Parlamento.
Aaron Porter, presidente del sindacato degli studenti universitari (Nus) che sin dall’occupazione di Millbank dello scorso novembre aveva criticato la «minoranza violenta», si ritrova un pastore senza gregge. La vigilia pacifica di protesta, con tanto di candele organizzata a Embankment sulle sponde del Tamigi, è stata un flop. Solo 7.000 persone contro le oltre 30.000 che hanno partecipato alla manifestazione di fronte al Parlamento in cui si sono visti scontri di massa tra studenti e polizia. Ed ora il fronte radicale degli studenti si sta organizzando per creare un nuovo sindacato degli studenti da opporre al sindacato unico Nus tacciato di moderazione e indecisione.
Il radicalismo che sta provocando una scissione tra moderati ed antagonisti nel movimento studentesco britannico è la spia di un risentimento largamente diffuso non solo tra gli studenti universitari ma anche tra i teenagers delle scuole superiori che gli hanno dato manforte delle proteste. Alla base c’è la percezione di un futuro che rischia di essere senza lavoro come è quello del 17% dei giovani inglesi, dato destinato a crescere nei prossimi mesi a causa del blocco delle assunzioni in buona parte del pubblico impiego e a causa della stretta sull’economia prodotta dai tagli. E va pure peggio per i laureati: il 25% sono senza lavoro in un paese in cui fino a tre anni fa le compagnie facevano incetta di studenti freschi di laurea.
Se ai tempi della crisi continuare a studiare non sembra aumentare le possibilità di trovare un posto di lavoro, per gli studenti l’università continua a rappresentare un approdo dove provare a esaudire i propri sogni anche se non sfoceranno in un posto di lavoro. «Perché devo fare per forza ingegneria o fisica, come vuole il governo?», si chiede Camilla una studentessa di 16 anni che vuole studiare antropologia all’università. Sono queste aspirazioni frustrate che alimentano gli insulti contro i «Tory feccia», e quello che si può solo chiamare un odio di classe contro i banchieri che come denuncia Thomas, uno studente di sociologia, «prima ci hanno rubato i soldi ed adesso ci vogliono rubare anche la speranza».
venerdì 10 dicembre 2010
Assalto al Tesoro
«Un giorno difficile» – ha ammesso Vince Cable il vice-ministro liberaldemocratico all’economia, secondo cui l’aumento delle rette permetterà non solo di «mantenere l’alta qualità delle nostre università» ma anche «di aiutare gli studenti a basso reddito». Di tutt’altro avviso le decine di migliaia di studenti che per tutta la giornata si sono scontrati con la polizia e manifestanti di fronte ad un parlamento trasformato in un bunker come era successo la scorsa settimana nel centro di Roma, per il voto sulla riforma Gelmini. Scontri che sono proseguiti fino a tarda serata con decine di studenti arrestati, ed almeno 100 feriti.
«Tory feccia, stiamo arrivando» – gridava all’unisono il corteo di 20.000 persone partito a mezzogiorno dalla sede università di Londra. Sopra le teste campeggiavano migliaia di cartelli con insulti di ogni tipo diretti contro il traditore Nick Clegg, il vice-primo ministro liberaldemocratico che prima delle elezioni aveva promesso solennemente di opporsi all’aumento delle rette. «Dateci Clegg!» – urlavano ai poliziotti asseragliati dietro le transenne, gli studenti giunti verso l’una e mezza a Parliament Square.
Gli scontri esplodono verso le due quando centinaia di studenti cominciano a spingere contro i mille agenti schierati di fronte al parlamento, usando come arieti, pezzi del recinto messi a protezione del prato di Parliament Square, in vista del matrimonio reale tra il principe William e Kate Middleton. «Uno, due, tre, via!» – urlano i manifestanti, e partono a ripetizione gli spintoni contro le linee della polizia che si difende dietro una transenna attraverso cui gli studenti cercano inutilmente di aprirsi un varco.
Da dietro arrivano rinforzi, spinte ed urla di incoraggiamento. Ma anche caschi verdi, bastoni, scudi di cartone a forma di libro (come quelli usati in Italia), che vengono passati da mano a mano mentre gli studenti si alternano negli scontri. Dalle prime linee vengono portati indietroi feriti, trascinati a braccia dagli amici, con il sangue che gli cola dal naso, dalle guancie e dalla testa. «I prossimi a essere colpiti sarete voi» – urlano esasperati gli studenti contro i poliziotti, che nei prossimi anni verranno letteralmente decimati da pesanti tagli al bilancio per la sicurezza.
«Di qua non si passa». Allora all’improvviso verso le tre all’improvviso la folla cambia strategia e si muove in direzione di Victoria station per «andare a fare una visita al quartiere generale dei Liberaldemocratici», come spiega Lucas un ragazzo di diciott’anni con il cappuccio grigio sulla testa, ed una sciarpa nera a nascondere il volto. La polizia risponde caricando la folla con uno squadrone di 20 agenti a cavallo, che si rizzano spaventati sugli zoccoli per lo scoppio dei mortaretti, ed il bagliore dei fumogeni. E verso le cinque riesce a riportare la situazione sotto controllo, circondando gli studenti con cordoni di agenti schierati in massa sui quattro lati della piazza.
In attesa dei risultati del verdetto della Camera dei Comuni tra gli studenti domina il pessimismo. «Clegg ha cercato di spacciarsi per studente, e molti – me inclusa – gli hanno creduto» – confessa sconsolata Laura una studentessa di Lambeth nel sud di Londra, mentre si attendono i risultati del voto. «Sono dei maiali traditori» – aggiunge senza mezzi termini Elliot uno studente delle scuole superiori di Richmond. «Per colpa di questa gente, adesso rischio seriamente di non poter fare l’università».
Quando infine arriva la cattiva notizia le pietre cominciano a volare da ogni lato. Gli agenti indietreggiano sotto la spinta infuriata degli studenti, e presto sono costretti a ricorrere a gabbie di contenimento per evitare che i manifestanti si facciano strada verso il parlamento. Ma non riescono ad evitare che un centinaio di persone prenda d’assalto il palazzo del ministro del tesoro. Vanno giù le finestre, e in una decina riescono ad irrompere nell’edificio dopo aver sfondato un portone, mentre sul muro compaiono graffiti che inneggiano alla rivoluzione e avvertono i liberaldemocratici: «Ve la faremo pagare». Verso le otto la polizia è costretta a lasciare che la maggioranza delle persone defluisca dalla piazza.
Nella notte continuano gli scontri con gli studenti che prendono d’assalto le strade dello shopping. Preso di mira un negozio della catena Topshop. E nel traffico vengono sorpresi pure Carlo d’Inghilterra, la cui auto viene presa a mattonate da 50 manifestanti. Decine di falò cominciano ad illuminare la notte nel centro di Londra e anche il grande albero di natale in Trafalgar Square va a fuoco, con i pompieri che subito si adoperano per fermare le fiamme. Ma spegnere la rabbia di questa generazione tradita sarà molto più difficile.
venerdì 3 dicembre 2010
"Questa generazione chiede un'altra politica" - Intervista con John McDonnell (sinistra Labour)
Per McDonnell portavoce in parlamento di un coordinamento di otto sindacati tra cui quello dei pompieri, dei giornalisti, degli impiegati della pubblica amministrazione e dei lavoratori della metropolitana londinese, «ora c'è soprattutto bisogno di unità tra le diverse lotte per evitare che Cameron ci colpisca e ci sconfigga uno ad uno». In questo contesto, «le proteste studentesche possono diventare la scintilla per la creazione di una coalizione di resistenza contro la politica di tagli della coalizione di governo di Tory e Libdem».
Così tanti studenti coinvolti in proteste così radicali era una cosa che non si vedeva da tanti anni. Che cosa sta succedendo ai giovani in Gran Bretagna?
Ci avevano raccontato che questa era una generazione non ideologizzata, a cui non interessava la politica. Invece è una generazione che si è svegliata e che sta insegnando alla mia generazione che è venuto il tempo di rimettersi in piedi e cominciare a lottare. Dobbiamo stare attenti a non sovraestimare quello che sta succedendo in queste settimane. Ma certamente si tratta di un cambiamento palpabile: un cambiamento che da speranza.
Mentre gli studenti protestano i lavoratori della metropolitana sono andati in sciopero. Prima di loro i pompieri, e i prossimi potrebbero essere i postini di Royal Mail, minacciati dalla privatizzazione. Al momento sembrano lotte scollegate..
L'inizio del nuovo anno porterà una nuova ondata di scioperi, e questa settimana i sindacati si sono incontrati per discutere di come coordinare queste lotte. È importante costruire collegamenti tra i lavoratori e gli studenti, che dal canto loro ci stanno già provando, come hanno fatto lunedì andando a sostenere i picchetti dei lavoratori della metropolitana.
Ed Miliband ha dichiarato di essere stato tentato di solidarizzare con gli studenti, durante le proteste di una settimana fa, ma che purtroppo in quel momento era occupato con altre cose.. È un segnale che pure il Labour si sta svegliando?
Il Labour Party ha un problema di fronte a questa situazione, perchè è stato il Labour stesso in primo luogo a introdurre le rette universitarie (che non esistevano fino al 1999 ndr). Il partito è stato implicato pesantemente nelle politiche neoliberali. Ma al tempo stesso si stanno aprendo brecce dentro il partito, e si sta sviluppando una consapevolezza generale degli errori commessi nel passato durante il periodo New Labour.
Vedremo i laburisti scendere di nuovo in piazza, come non succede da decenni?
Sicuramente c'è bisogno di tornare in piazza e tornare a sostenere i picchetti. Onestamente non mi aspetto che Ed Miliband si trasformerà in un militante dalla sera alla mattina. Più realisticamente mi aspetto che un numero crescente di membri del Labour parteciperanno a queste campagne e la leadership sarà costretta rispondere, per non essere lasciata indietro. Se si vuole tornare al governo, c'è bisogno di riconnettersi con quello che sta succedendo nella comunità.
Se c'è una cosa positiva per il Labour in tutta questa storia, è il collasso dei Libdem, che hanno portato via al partito tanti voti nelle ultime elezioni, specie tra i più giovani..
I Libdem hanno a lungo cercato di mettersi alla sinistra del Labour Party che durante gli anni di governo era scivolato a destra. Ma come dimostrato da questa vicenda il loro essere «di sinistra» era puro opportunismo elettorale. Con il voltafaccia rispetto alle promesse elettorali di opporsi all'aumento delle rette universitarie hanno perso ogni credibilità e rischiano seriamente di implodere. Penso che metà confluiranno nei Tory, mentre l'altra metà passerà al Labour.
mercoledì 1 dicembre 2010
«Don't be kettled»
«Move, don't get kettled" (muoviti, non farti intrappolare), era la parola d'ordine che girava sui siti del movimento studentesco alla vigilia della terza giornata di protesta contro i piani di riforma del governo Cameron, sostenuto da Conservatori e Liberaldemocratici che vuole triplicare il limite massimo delle rette universitarie, portandolo a 9.000 sterline. Per evitare di finire cordonati dai «bobbies», ed essere costretti per ore al freddo come successo mercoledì scorso, ieri gli studenti britannici hanno dato vita a «blocchi metropolitani», con proteste a macchia di leopardo nel centro della capitale, cogliendo di sorpresa la polizia.
Il tempo gelido e una bufera di neve che, a partire dalla mattinata, ha creato nuovamente disguidi ai trasporti cittadini, reduci da un grande sciopero lunedì scorso, ha limitato il numero di partecipanti a poche migliaia. Ma questo non è bastato a raffreddare l'entusiasmo degli studenti che tra le grida «Tory feccia» e «Libdem traditori», festeggiavano i segni di cedimento all'interno del governo, con i liberaldemocratici intenzionati ad astenersi nella votazione in parlamento. Piccoli scontri con la polizia si sono verificati verso le tre di pomeriggio, quando i diversi «serpentoni» che avevano paralizzato il traffico cittadino si sono radunati in Trafalgar Square. Una decina gli arresti.
Se tra i manifestanti c'erano tanti studenti delle venti università della capitale, come già successo la settimana scorsa, la maggioranza era composta da studenti delle superiori: ragazzini dai 14 ai 17 anni che temono di non potersi più permettere l'università se le rette venissero innalzate. «Io vorrei studiare psicologia» - spiega Alexandra una studentessa quattordicenne, avvolta in una sciarpa di lana per proteggersi dal vento gelido. «Ma dopo che i miei genitori hanno già pagato gli studi dei miei due fratelli maggiori, non so se riusciranno a pagare le mie rette universitarie. È un'ingiustizia verso i più giovani».
A preoccupare molti è anche la prevista eliminazione dell'Ema (Education Maintenance Allowance), un assegno per gli studenti delle scuole superiori. «Al momento mi danno 30 sterline a settimana» - spiega Robin un ragazzo di 16 anni di Southend. «Con quello mi pago il bus per andare a scuola e poco altro. E la sera devo lavorare come cameriere. Se mi togliessero anche quei soldi vorrebbe dire che dovrei lavorare anche il pomeriggio. Studiare per me diventerebbe davvero difficile». Oltre alle proteste della capitale, la giornata è stata segnata da cortei e sit-in decine di città universitarie del Regno Unito. A Cambridge, Edindurgo, Nottingham e Newcastle gli studenti hanno occupato aule e rettorati, mentre a Oxford in centinaia hanno invaso la sede dell'assemblea provinciale. Scontri con la polizia si sono registrati a Brighton, Bristol e Leeds.
Le proteste studentesche si intensificheranno nelle prossime settimane, quando il piano di riforma arriverà in parlamento, con i Liberal-democratici in grave imbarazzo, dopo aver rinnegato la promessa elettorale di opporsi all'aumento delle rette e di fronte a sondaggi che li danno in crollo al 9%. Ieri, parlando alle telecamere della Bbc, Vince Cable, vice-ministro LibDem all'economia, con delega all'università, ha dichiarato che potrebbe astenersi assieme ai colleghi di partito quando il provvedimento verrà votato in parlamento. L'astensione dei LibDem permetterebbe comunque l'approvazione della riforma dell'università. E certamente non basterà a salvare la faccia ad un partito che gli studenti universitari, che a maggio lo avevano votato in massa, accusano di essersi colorato a tradimento di blu conservatore.
sabato 27 novembre 2010
Irlanda: 100.000 in marcia contro il salvataggio lacrime e sangue
La manifestazione, indetta dalla confederazione dei sindacati irlandesi (Ictu), ha costeggiato il fiume Liffey che attraversa la capitale, per arrivare davanti all'ufficio centrale delle poste in O' Connell Street, dove nel 1916 fu dichiarata l'indipendenza dell'Irlanda. Nel corteo, lavoratori, studenti, pensionati, uniti contro il piano di austerità da 15 miliardi del governo che prevede l'eliminazione di 25.000 posti di lavoro nel settore pubblico, tagli a sussidi per la disoccupazione e assegni familiari, con il rischio di ridurre il prodotto interno lordo del 4%. Il tutto per accontentare Fmi e Bce, pronte a fornire 50 miliardi per consolidare il debito pubblico e 35 miliardi per stabilizzare i bilanci delle grandi banche dell'isola, sull'orlo del fallimento a causa dei mutui spazzatura.
«C'è una via migliore e più giusta» rispetto a quella proposta dal governo, affermavano centinaiai di cartelli gialli agitati tra il risuonare delle cornamuse da una folla da cui sono piovuti insulti contro l'impopolare premier Cowen ed il ministro delle finanze Lenihan. Nonostante il freddo pungente, la manifestazione ha superato le previsioni della vigilia in un paese non abituato alla politica di piazza. Uno spezzone di circa 500 persone ha raggiunto il Dail, la camera dei deputati, dove ci sono state alcune scaramucce della polizia e un'immagine di Cowen è stata data alle fiamme.
«Diverse generazioni di irlandesi pagheranno le conseguenze del debito» contratto dal governo, ha dichiarato il presidente della Ictu Jack O' Connor, nel comizio finale in cui diversi rappresentanti dei sindacati sono stati fischiati dalla folla, per non aver fatto abbastanza contro la politica del governo. Il segretario David Begg ha paragonato il governo a Dick Turpin, il celebre bandito inglese del '700. «Almeno Turpin quando rubava si copriva il volto», ha ironizzato Begg.
Mentre i manifestanti inondavano le strade della capitale, Cowen era in trattative con una delegazione del Fmi e della Bce per ultimare i dettagli del piano di salvataggio. Stando a indiscrezioni, al megaprestito, che verrà presentato la prossima settimana, verrebbe applicato un tasso d'interesse di oltre il 6%, ben superiore al 5,5% previsto in partenza. Se così fosse sarebbe l'ennesima umiliazione per Cowen, la cui maggioranza al Dail si è ridotta a due deputati, dopo che venerdì il Sinn Fein ha vinto le elezioni suppletive a West Donegal.
martedì 23 novembre 2010
Il salvataggio da 90 miliardi abbatte il governo Cowen
«Nell'interesse degli elettori non possiamo permetterci ritardi né dubbi sui passi necessari da intraprendere per assicurare il nostro futuro economico e finanziario» ha dichiarato Cowen nella serata ieri. Poi il primo ministro si è appellato a tutte le forze politiche nel chiedere l'approvazione della finanziaria, per «non arrecare ulteriori danni al paese». Ma ora anche la finanziaria da 4 miliardi di tagli, e l'annesso piano di aggiustamento da 15 miliardi, che verranno discussi il 7 dicembre rischiano di saltare, dopo alcune defezioni annunciate ieri da parte di alcuni deputati che sostenevano una maggioranza già molto risicata, mentre gli speculatori sono tornati all'attacco dei buoni del tesoro irlandesi.
L'annuncio di Cowen è arrivato dopo che nella prima mattinata di ieri i Verdi, che da quattro anni sono al governo con il Fianna Fail, avevano chiesto elezioni anticipate pur promettendo l'approvazione della finanziaria per «senso di responsabilità verso i cittadini irlandesi». «I cittadini si sentono ingannati e traditi» aveva affermato John Gormley, ministro dell'ambiente e leader del partito, decisivo per la maggioranza dell'esecutivo in parlamento denunciando di essere stato tenuto all'oscuro del piano di salvataggio. La crisi di governo è scatenata dopo che domenica notte il primo ministro Brian Cowen e il ministro delle finanze Lenihan avevano infine ammesso ufficialmente quello che tutti già sapevano. Il piano di salvataggio finanziaria si farà: per «garantire liquidità al sistema bancario» e «stabilizzare l'economia». Quanto alla cifra i due hanno solo lasciato intendere che sarà di poco inferiore a 100 miliardi sterline, molto i più dei 60 o 80 miliardi di cui si parlava solo la settimana scorsa. Subissati dalle domande dei giornalisti Cowen e Lenihan non hanno concesso nessuno scusa. «Mi spiace che le persone pensino che le ho ingannate - si è limitato ad affermare Lenihan -. Di sicuro io non le ho ingannate e nemmeno il governo lo ha fatto». Sulla stessa linea il primo ministro Cowen che ha risposto: «Non sono l'uomo nero che state cercando» a Vincent Browne dell'Irish Times che gli aveva chiesto se non si sentiva responsabile per aver «fottuto» il paese.
Ora tutta l'attenzione è focalizzata sul 7 dicembre, quando il governo presenterà in parlamento la finanziaria e l'annesso piano di aggiustamento quadriennale che il governo considera vitale per ristabilire la fiducia nei mercati finanziari. Ma al governo di Cowen che controllava solo 82 deputati contro i 79 dell'opposizione, potrebbero mancare i numeri dopo che ieri i deputati indipendenti Lowry e Healy-Rae, che sostenevano il governo hanno lasciato intendere che voteranno contro, e se - come tutti prevedono - il Fianna Fail perderà un altro deputato alle elezioni suppletive di giovedì prossimo a West Donegal.
Per l'Irlanda, in cui ieri sono esplose le proteste, ora si preannuncia un periodo politico di instabilità con gli speculatori finanziari che sono tornati ad attaccare i buoni del tesoro irlandese, schizzati verso l'alto dopo l'annuncio del piano di salvataggio e l'apertura della crisi di governo. Le elezioni previste per il prossimo gennaio potrebbero segnare un ritorno al governo dei laburisti, che ieri con il loro leader Eamon Gilmore hanno affermato che il governo «aveva ormai da tempo superato la data di scadenza».
«Salvano banche fallite, e frenano ogni ripresa» - Intervista con Kieran Allen
90 miliardi di euro di prestito. Sono 20.000 euro per ogni cittadino irlandese, neonati compresi. È un debito sostenibile per l’Irlanda?
Non solo non è sostenibile ma non funzionerà. I cittadini irlandesi hanno già pagato 45 miliardi di euro, un terzo del Pil, per salvare le banche con il programma del governo. Questo piano di salvataggio aggiunge al conto 90 miliardi di euro, altri due terzi della ricchezza prodotta in un anno dal paese. L’Fmi e la Banca centrale europea in questo modo rendono più difficile la strada verso la ripresa, scaricando sulla collettività i debiti di banche destinate al fallimento.
Quali saranno le conseguenze di lungo termine di questa operazione?
In cambio del prestito, Fmi e Unione europea imporranno una politica restrittiva che non farà altro che peggiorare la situazione economica, con il rischio di scatenare una spirale negativa senza via d’uscita. Come successo durante la crisi degli anni ’60 e della fine anni ’80, ancora una volta il sistema capitalista irlandese si rifà sui lavoratori e condanna il paese all’emigrazione di massa. Per sapere cosa succederà all’Irlanda nei prossimi anni, basta guardare a Lituania e Lettonia, da cui la gente è fuggita dopo il lancio di piani di aggiustamento strutturale.
Con l’uscita dei Verdi dalla maggioranza le elezioni anticipate, previste a gennaio, sembrano inevitabili. Che succederà alla politica irlandese?
Quello che ci attende è un cambiamento epocale simile a quello che è successo in Italia con la fine della Prima repubblica. Il Fianna Fail, il partito di governo, ha dominato la politica irlandese per gli ultimi 60 anni, presentandosi come un amministratore oculato dell’economia. Ma dopo il disastro servito agli elettori saranno puniti pesantemente e rischiano di diventare un partitino sotto il 10%. Neppure bene andrà ai Verdi che si sono comportati in maniera assolutamente vigliacca, appoggiando tutte le scelte più impopolari del governo e abbandonando solo all’ultimo la nave che affonda.
È un’occasione per la sinistra per costruire un’alternativa economica al neoliberalismo made in Ireland?
Tutti prevedono che dopo le prossime elezioni, il Labour Party tornerà al governo, e probabilmente al suo interno la componente di sinistra, marginalizzata negli ultimi anni ne uscirà rafforzata. Ma temo che una volta al governo il Labour si comporterà come ha fatto il Pasok in Grecia. Si legherà mani e piedi al programma imposto dall’Fmi. Così questa rischia di essere un’occasione persa dalla sinistra irlandese per ripensare il nostro modello economico distrutto dal sistema bancario dei mutui spazzatura.