lunedì 9 luglio 2007

Ballando a Wembley per dimenticare al Qaeda

Due anni fa la povertà, quest'anno il cambiamento climatico. Si succedono i temi sotto i palchi dei mega-concerti umanitari londinesi. Nel catino di Wembley riscaldato dal bel sole dopo un inizio estate di pioggia continua circa 90 mila persone hanno partecipato al Live Earth, la maratona ecologista lanciata da Al Gore. Così due anni dopo il Live 8 organizzato da Bob Geldof e altri rockettari salva-mondo in corrispondenza con il G8 a Gleneagles in Scozia, ieri Londra è tornata ad ospitare un mega-concerto umanitario.
Mentre la memoria correva indietro a due anni fa, agli attentati del 7 luglio 2005, il cui orrore è stato ravvivato dai due attentati falliti di inizio mese a Londra e Glasgow che hanno rischiato di provocare una strage simile a quella del 2005, con le quattro esplosioni sulle linee della metropolitana e un bus a due piani e che provocarono 52 vittime e centinaia di feriti. Mentre questa mattina gli amplificatori si accendevano sul palco di Wembley di fronte alla stazione di King's Cross i parenti delle vittime si riunivano per commemorare quell'attacco criminale.
Se per gli organizzatori del Live Earth la data prescelta per il concerto 7-7-7 aveva un richiamo affascinante quasi escatologico, per i londinesi il 7-7 rimanda subito agli avvenimenti di due anni fa. La preoccupazione in questi giorni è alta anche per la sovrapposizione di una serie di eventi durante questo fine settimana, tra cui la storica partenza del Tour de France da Londra e il torneo di tennis a Wimbledon.
Così nel concerto di ieri a Wembley si riuniva anche una città che vuole dimenticare gli avvenimenti di due anni fa ma soprattutto vuole dimenticare di essere ancora uno degli obiettivi privilegiati del terrorismo qaedista. Dimenticare ballando di fronte ai propri gruppi preferiti, a vecchi mostri come i Genesis e i Duran Duran o nuove stelle come Snow Patrol, Razorlight, Red Hot Chilli Peppers e Black Eyed Peas. Ma anche sentendosi coinvolti nella campagna contro il cambiamento climatico, un variegato movimento di opinione pubblica che con particolare intensità negli ultimi due anni ha conquistato l'attenzione dei media inglesi contagiando politici a destra e a sinistra ed elevando l'ecologismo a un tema bipartisan e quasi a una moda, un nuovo fenomeno commerciale a cui contribuire con acquisti responsabili e un nuovo stile di vita firmato ma ecologicamente sostenibile.
Lo spettacolo di ieri a Wembley segnala alcune delle contraddizioni che si nascondono dietro questo movimento di opinione. Alcuni artisti come gli Arctic Monkeys non hanno voluto partecipare sostenendo che sarebbe stato ipocrita fare prediche sul cambiamento climatico quando l'illuminazione che utilizzano ai loro concerti potrebbe essere sufficiente per servire decine di case. Altri come i Red Hot Chilli Pepper non si sono fatti impensierire da questi scrupoli . Partiti con un jet privato da Parigi, sono ripartiti con un altro jet privato diretti in Danimarca, producendo un bel po' di anidride carbonica tra un giro e l'altro.
Nonostante questo atteggiamento ipocrita che contraddistingue molte fra le star presenti ieri a Wembley il pubblico è diventato l'obiettivo di una raffica di raccomandazioni: «Spegnete le luci quando uscite!», «Ricilate la vostra spazzatura!». Come succede tutti i giorni nei dibattiti tv ancora una volta la responsabilità per la lotta al cambiamento climatico è stata scaricata tutta sulle spalle degli individui, colpevolizzati oltre ogni ragionevolezza in un contesto in cui i governi e le multinazionali sembrano autorizzate a continuare con business as usual. È la festa rock del buonismo e delle organizzazioni non governative come Friends of the Earth che nel clima postideologico dell'Inghilterra progressista contemporanea riescono facilmente a neutralizzare politicamente temi scottanti come il cambiamento globale climatico.
Il modello del Live 8 di Bob Geldof è stato rimesso al lavoro e i risultati sono simili. Invece di essere un'occasione di denuncia sulle malefatte delle multinazionali e dei governi e della responsabilità nel disastro del cambiamento climatico globale l'evento si esaurisce in un fievole richiamo all'azione collettiva che riesce a tenere insieme un'ecologismo commercializzato, nuove ma soprattutto vecchie star della musica rock e gli interessi degli sponsor compresa la Chrysler, tra i maggiori produttori dei famigerati Suv. Miracoli dell'umanitarismo liberale.

domenica 10 giugno 2007

«Bloccare il G8 si può» La festa dei no global

«Abbiamo, abbiamo bloccato il G8!» Più che un corteo, quella che ha chiuso ieri a Rostock la settimana di mobilitazioni contro il G8 è stata una festa per il un successo che è andato oltre le previsioni degli stessi organizzatori. Alla porta est di Heiligendamm la gente aveva cominciato a già festeggiare l'altro ieri nell'ultima serata prima della fine dei blocchi, con la gente che ballava sulla strada «conquistata».
Celebrazioni durate tre giorni, con un'appendice conclusiva ieri sera nei campeggi, dove alle assemblee conclusive è seguita una notte di festa ai ritmi del drum'bass, mentre durante la giornata a Camp Rostock la gente aveva fatto il bagno nel gelido estuario del fiume Warnow. Lo spirito carnevalesco e di non-violenza che ha caratterizzato le proteste degli ultimi giorni è uno dei ricordi più positivi che i partecipanti si porteranno a casa dopo questa settimana anti-G8. Le immagini di gente che si mette a fare yoga davanti alla polizia alla porta ovest, degli attivisti che soffiano bolle di sapone contro i caschi dei reparti anti-sommossa e della Clown Army che irride l'apparato di sicurezza dispiegato contro i manifestanti hanno riscattato la bruttura della manifestazione di sabato con scontri che hanno fatto il gioco di chi vuole criminalizzare questo movimento.
Dopo oltre 48 ore, i blocchi attorno alla zona rossa di Heiligendamm sono stati smobilitati ieri mattina. Ma i partecipanti non hanno voluto ritirarsi in formazione sparsa. Al contrario, hanno voluto che la gente vedesse le facce di chi in questi giorni ha tenuto in scacco i collegamenti via terra verso il G8, costringendo il servizio di sicurezza ad acrobazie pur di portare giornalisti e delegati presso palazzo Kampinski, dove si sono tenuti i colloqui tra i grandi del pianeta.
E' cominciata così una specie di parata finale in cui la gente che convergeva verso la stazione di Bad Doberan era accolta dagli applausi e dalla curiosità degli abitanti che, dopo la diffidenza iniziale, ora sembra provare simpatia per questo esercito scomposto, colorato e giovanissimo. Poliziotti e attivisti che hanno giocato a guardia e ladri per due giorni si guardavano a distanza consci che ormai la partita è finita e «noi abbiamo vinto», come afferma Carolin, una attivista di Amburgo che ha partecipato al blocco di Boergerende.
«Il blocco è stato assolutamente pacifico. Una prova incredibile di non violenza nonostante la repressione della polizia: da parte nostra non c'è stato neppure uno spintone. Hanno provato a tirarci via in ogni modo con idranti e spray urticante, ma eravamo troppi e troppo forti Le persone locali ci hanno aiutato moltissimo e ci hanno portato cibo, acqua e caffè. Ora mi sento un po' triste per dover abbandonare questa gente magnifica, ma anche contenta di andare a casa mia ad Amburgo a farmi una bella doccia».
Mario, un ragazzo berlinese, spiega che questo blocco per lui è stato una specie battesimo di fuoco alla disobbedienza civile. Non mi ero mai interessato di politica, ma questi due giorni mi hanno lasciato un'impressione indelebile. Vedere tutta quella gente lottare assieme mi ha dato emozioni che non avevo mai provato prima. E pure il cibo non ci è mai mancato grazie al lavoro dei ragazzi delle cucine dei campeggi e della gente che ha fatto chilometri a piedi per portarci da mangiare».
Già da ieri sera alcune persone hanno cominciato ad abbandonare i campeggi anti-G8, molte dirette in massa a Berlino dove in questi giorni sono programmate una serie di altre azioni dirette. Per le persone che rimangono a Rostock stasera ci saranno una serie di feste sul porto e in giro per la città.
La strategia non-violenta di questi due giorni ha riguadagnato a questo movimento la fiducia della gente comune e ha dimostrato il potere che può avere l'azione coordinata e pacifica di migliaia di persone. E la gente che ha partecipato alle azioni torna a casa con il desiderio di condividere con amici e compagni l'esperienza di questi giorni ma anche con la voglia di dormire finalmente nel proprio letto dopo notti passate sull'asfalto delle strade che conducono verso la zona rossa.

giovedì 7 giugno 2007

«Il nostro obiettivo? Bloccare il summit»

L'istruttore incrocia le braccia sul petto. «Se usano i cani fate così. Non sporgete le mani in avanti altrimenti ve le mordono. In ogni caso i poliziotti cercheranno di non farvi mangiare, li useranno solo per spaventarvi». La gente ride esorcizzando la paura. In un prato di fianco all'accampamento di Reddelich, uno dei tre centri da cui partiranno gli attacchi verso la zona rossa di Heiligendamm, si svolgono le ultime sessioni di allenamento in vista dei blocchi che tenteranno di impedire lo svolgimento del G8. Diversi gruppi di attivisti discutono e si esercitano sull'erba preparandosi per le azioni di oggi.
I rappresentanti di Block G8, il network che sta coordinando la protesta contro il vertice e che ha organizzato una serie di blocchi di massa sulle strade che portano verso l'Hotel Kampinski, sede del summit, sostengono che la protesta sarà un successo anche se le persone non riusciranno a bloccare il vertice e prevedono che migliaia di persone parteciperanno alle loro azioni. Tuttavia ci sono una serie di gruppi più radicali nei campi anti-G8 che non si accontenteranno di una vittoria simbolica dopo tanta fatica e faranno di tutto per fermare il summit non solo simbolicamente.
Sin dall'alba di questa mattina decine di gruppi grandi e piccoli si saranno mossi da Camp Rostock, Wichmannsdorf e Reddelich muovendosi lungo le strade e camminando attraverso i campi e i boschi che separano questi campeggi dalla zona del vertice. L'idea è di circondare l'area separandola dalla zona circostante, bloccando l'arrivo delle delegazioni e i rifornimenti al vertice. Gli attivisti si sono organizzati con amici e compagni in gruppi di affinità o si sono aggregati alle tante formazioni organizzate. Ci sono gruppi come «i supereroi», che usano come simboli una serie di personaggi da cartoni animati, tra cui «la donna invisibile» e «captain mobility», o l'armata dei clown che si era resa famosa per una serie di blocchi durante il G8 del 2005 a Gleneagles in Scozia.
Ma ci sono anche una serie di altri gruppi più o meno organizzati che utilizzando strategie diverse tenteranno di mettere i bastoni fra le ruote al vertice. Alcuni hanno già perlustrato il percorso alla ricerca di falle nel sistema di sicurezza, attraverso le quali sperano di poter arrivare fino alla barriera di protezione e magari pure superarla. I diversi gruppi hanno anche preparato codici segreti nel linguaggio dei segni per comunicare in caso di attacco della polizia durante i blocchi. Sanno bene che in pochi arriveranno nella zona in cui hanno pianificato di svolgere la propria azione. Ma tutti proveranno a fare quanto gli è possibile per bloccare questo vertice.
Il coordinamento delle azioni è stato deciso ieri sera in assemblee «chiuse», con la speranza di evitare che la polizia venga a conoscenza troppo presto delle direzioni di azione delle diverse formazioni. Diversi gruppi utilizzeranno telefoni cellulari per coordinarsi in tempo reale e tenere assieme decine di azioni disperse. Così fino a ieri notte a camp Reddelich gli attivisti erano indaffarati nei preparativi della giornata odierna.
Con qualche avvertenza per chi si decide di passare all'azione. Mettere insieme uno zaino leggero, con cibo, un cambio di vestiti nel caso in cui si venga attaccati con spray o gas lacrimogeni, monete per chiamare il supporto legale in caso d'arresto e tanta acqua. Il necessario per resistere per 24 e anche 48 ore all'attacco delle forze di polizia, che adopereranno anche lacrimogeni e idranti di tutto pur di rimuovere i blocchi dei manifestanti. «E soprattutto non dimenticate la carta d'identità - raccomanda l'istruttore - o gli sbirri vi terranno per tutto il tempo che gli garba con la scusa di controllare la vostra identità». Nel campo di allenamento si mettono in opera le simulazioni di blocco. Le persone si mettono a terra in cerchio incrociando braccia e gambe e stringendosi l'un l'altro. Una persona fa la parte del poliziotto, tira e spinge con forza le persone sedute ma non riesce nè a separarle nè ad alzarle. Poi gli attivisti si cambiano di ruolo e ripetono la scena a parti inverse fino a che la pioggia non costringe la gente a rifugiarsi sotto le tende. Ma quest'oggi sarà molto più difficile resistere nella pratica agli attacchi della polizia. E in serata le carceri di Rostock potrebbero essere piene di gente che insiste per fare la telefonata che gli spetta di diritto.
Poi, domani, chi non sarà tra i fermati o non sarà riuscito nell'impresa di resistere più di 24 ore ai blocchi potrà partecipare a un altro appuntamento «caldo»: la «marcia a stella» che da quattro punti diversi convergerà verso la zona rossa.

domenica 22 aprile 2007

Il mito infranto di Tony Blair

Chi più del New Labour di Blair ha ispirato la corsa verso il centro del più grande partito della sinistra italiana? Vi ricordate quando nel 1998 nel centro-sinistra italiano si vagheggiava un «Ulivo mondiale», un'alleanza ideologica e addirittura una specie di internazionale che condensasse l'esperienza politica di Blair, Clinton e dei governi di Prodi e D'Alema? Blair e il suo Labour fornirono ai Ds, ansiosi di li berarsi dell'eredità del partito comunista, il modello per una «terza via» tra socialdemocrazia europea e democratismo americano.
Ora il New Labour sembra aver perso parte del suo fascino dopo i dissapori sulla guerra in Iraq e il beneplacito di Blair all'attacco israeliano contro il Libano, che hanno segnato una distanza nella poliutica estera. Ma non sono certo le politiche economiche neoliberiste e la privatizzazione selvaggia perseguite dal governo inglese in questi anni ad aver stemperato l'ammirazione per il "compagno Tony". Anzi, questo rimane uno dei punti di riferimento nel chiacchierato pantheon del Partito democratico.
Nel frattempo il mito di Blair si è sgretolato rapidamente a casa propria. Nei prossimi giorni i laburisti si avviano a celebrare dieci anni di guida ininterrotta del paese. Ma alla vigilia delle elezioni locali del 3 maggio, e alla soglia del passaggio di consegne tra Blair e il cancelliere Gordon Brown c'è poco da festeggiare. I sondaggi danno il Labour al 29%, il livello più basso da quando Blair è diventato premier. Il numero di iscritti si è più che dimezzato dall'entrata in carica di Blair mentre il partito ha perso pezzi a sinistra con alcuni transfughi che sono confluiti nella coalizione Respect. Certo la partecipazione entusiastica al programma bushiano di guerra al terrorismo ha segnato il punto di rottura irreversibile tra il governo e parte consistente della propria base elettorale. Ma anche sull'economia comincia ad avanzare il dissenso nel paese.
Blair ha superato Thatcher
Nonostante dieci anni di crescita economica si fanno sempre più chiari i sintomi di un'aumento dell'ineguaglianza sociale. Mentre i broker della City hanno recentemente festeggiato dividendi record, i lavoratori sono colpiti dalla precarizzazione e dai blocchi all'aumento dei salari. Il 10 % per cento della popolazione ora controlla il 54% della ricchezza nazionale mentre quasi un quarto dei bambini inglesi vive sotto la soglia di povertà: peggio che nell'era Thatcher. E la catena di accoltellamenti tra ragazzini negli ultimi mesi a Londra è la spia di un malessere sociale diffuso e di una cultura consumistica che nel sottoproletariato urbano si traduce nel motto "diventa ricco o muori provandoci". Nonostante ciò il governo continua a seguire una linea centrista e nell'ultima finanziaria il cancelliere Brown ha pure eliminato lo sconto fiscale per i redditi più bassi, per finanziare un taglio delle tasse al ceto medio.
Ora anche i sindacati, fino a poco tempo fa fedeli al governo laburista sono sul piede di guerra. Il primo maggio (giorno lavorativo in Inghilterra) si fermeranno i dipendenti pubblici e le infermiere preparano il primo sciopero nazionale nella storia inglese, in un servizio sanitario nazionale che è stato trasformato in uno spezzatino di subappalti privati. Quanto all'educazione, il governo ha introdotto le tasse universitarie e ridotto le borse di studio costringendo molti studenti a ricorrere a prestiti. L'indebitamento delle famiglie è diventato una bomba a orologeria: si calcola che ammonti a oltre mille miliardi di sterline e che più di 300 persone al giorno si dichiarino insolventi.
Se non bastasse, ora il partito laburista è pure coinvolto in uno scandalo per avere ottenuto prestiti in cambio di nomine alla camera dei Lord. In questa situazione preoccupante il cancelliere Gordon Brown si avvia a una successione alla carica di premier concordata con Tony Blair, che, secondo indiscrezioni, si dimetterà il 7 maggio dopo l'ormai inevitabile batosta nelle elezioni locali.
Il voto non arride al Labour
Al momento sembra che nessuno degli altri possibili candidati alla guida del partito, il socialista John McDonnell e il progressita Michael Meacher, potranno interferire con il passaggio di consegne. Ma con l'avvicinarsi delle elezioni politiche del giugno 2009 a Gordon Brown servirà un miracolo per ottenere il quarto mandato consecutivo per il Labour. Il candidato conservatore David Cameron ha guadagnato consensi raccattando diversi punti dell'agenda laburista e presentandosi come difensore dell'ambiente, censore della gestione attuale della sanità e della scuola e portatore di un approccio solidale al problema della sicurezza. Così a forza di correre verso il centro il Labour si è fatto superare "a sinistra" dai conservatori.

domenica 25 febbraio 2007

100 mila no a "Bliar"

«What do we want? World peace! When do we want it? Now!». La manifestazione si scalda mano a mano che la gente comincia a convergere verso lo Speaker's Corner in una Hyde Park bagnata da sprazzi di pioggia. La gente è accalcata e la divisione in diversi spezzoni del corteo salta sin dall'inizio per l'affollarsi dei manifestanti sul fango dei viali del parco. Decine e decine di bus hanno portato attivisti da Manchester, Leeds, Liverpool, Brighton, Oxford, Cambridge, Porstmouth, Bristol, Birmigham e molte altre città di tutta l'Inghilterra. E' una delle manifestazioni più grandi dalla «Big One», quella del 15 febbraio 2003. Quando finalmente la testa del corteo arriva a Trafalgar Square, la coda sta appena uscendo da Hyde Park. I partecipanti sono 100.000 per gli organizzatori, 20.000 per la polizia. Due le richieste: via subito le truppe dall'Iraq e no al rinnovo del sistema missilistico nucleare Trident.


Le migliaia di cartelli prestampati che si alzano come una foresta sopra le teste dei manifestanti ripetono gli slogan che hanno caratterizzato sin dall'inizio la campagna contro la guerra. La testa di Bush si staglia malefica sotto la scritta «Terrorista mondiale numero 1». Poco distante il corpo di Blair viene risucchiato dallo sciacquone con la didascalia «Blair Must Go». Enormi bandiere palestinesi e libanesi si allungano tra la gente mentre un finto missile Trident scorre tra il corteo che urla all'unisono «Troops Out Now!».


Un gruppo di sambisti balla una danza macabra: ragazze-scheletro, coperte di lunghi aculei «verde radioattivo», incedono lente dietro alle maschere di George Bush e Tony Blair che si scambiano baci, abbracci e arti mutilati. Un gruppo di pacifiste sessantenni canta a cappella «We Shall Overcome», mentre il piccolo spezzone degli autonomi avanza con i volti coperti, seguito attentamente da una pattuglia della polizia.


L'alto numero di partecipanti testimonia che il popolo pacifista inglese non si è fatto ammaliare dalla promessa di Blair di ritirare 1.200 militari dall'Iraq entro l'estate. Come spiega Lindsey German, coordinatrice di Stop the War, «non è abbastanza e non cambia niente. Nei prossimi mesi Blair invierà 1500 soldati in Afghanistan. E' semplicemente spostare le truppe da una parte all'altra. Ed è importante che continuiamo a manifestare perché, come si è visto in Italia, una manifestazione può far cadere un governo».


Se in Inghilterra una crisi di governo appare molto più improbabile che in Italia, c'è la convinzione che l'anticipo nell'avvicendamento tra Tony Blair e il suo cancelliere Gordon Brown sia in buona parte dovuto al disastro iracheno e alla pressione esercitata dalla campagna contro la guerra. Ciononostante c'è poca speranza che la politica estera muti radicalmente con il nuovo primo ministro. «Penso che Gordon Brown continuerà a fare le stesse cose che ha fatto Blair - afferma George, un attivista londinese - Abbiamo bisogno di un cambiamento profondo».


Tra i manifestanti oltre ai sindacati, agli studenti, ai gruppi pacifisti e alle organizzazioni cristiane, spiccano diversi partecipanti e organizzazioni musulmane. «Vedere persone bianche inglesi che dimostrano contro la guerra e in solidarietà con le comunità islamiche mi dà grande speranza - racconta Zehra, una ragazza britannica di origine irachena - però i musulmani in Inghilterra dovrebbero essere molto più attivi».


La maggioranza dei partecipanti continua a essere convinta che dimostrare sia importante quanto meno per scardinare il silenzio che avvolge la società inglese. «Dobbiamo smuovere l'apatia della maggioranza della gente - dice Francis - Dopo le mancate risposte del governo molti sono convinti che dimostrare non serva a niente».


Ma di fronte alla sordità dell'esecutivo c'è chi sostiene che in ogni caso questo movimento abbia lasciato una traccia indelebile che la politica istituzionale non potrà ignorare. «Sicuramente il movimento ha avuto dei risultati - afferma Keith, militante del Socialist Workers Party - Adesso sarà molto difficile per Blair o per ogni futuro Primo Ministro attaccare l'Iran o buttarsi in un'altra guerra come questa».

sabato 23 settembre 2006

«L'isola dei famosi» espropriata agli indigeni

TESTO «In Italia avete tante belle isole. Ma allora perché l'Isola dei famosi non ve la andate a fare a casa vostra?». Miriam Miranda leader di Ofraneh - Organisacion Fraternal Negra de Honduras - che rappresenta gli abitanti dei Cayos Cochinos (in spagnolo isole dei maiali) è infuriata. Il reality show condotto da Simona Ventura è iniziato da appena una settimana nel Cayo Paloma - una delle isole dell'arcipelago nel nord dell'Honduras - ma ha già fatto arrabbiare la popolazione garifuna, una etnia afrodiscendente che vive nelle isole e nella costa circostante. Con l'arrivo del reality show sono stati infatti imposti nuovi divieti di navigazione che si vanno ad aggiungere ai rigidi limiti di pesca della riserva naturale in cui è situato l'arcipelago. Così Claudio Chiappucci, Raoul Casadei, Maurizia Cacciatori e gli altri improbabili naufraghi di Rai Due potrebbero trovarsi a fare i conti con la rabbia dei pescatori locali oltre che con la fame e il televoto.
I Cayos Cochinos sono un insieme di isole e atolli che per oltre duecento anni è stata la zona di pesca delle comunità garifuna costiere di Nueva Armenia e Sambo Creek. Inizialmente i pescatori utilizzavano gli atolli come base di appoggio ma a partire dagli anni '60 crearono insediamenti stabili nei cayos Chachahuate, Bulanos, Timon e nella costa orientale del Cayo Mayor. I problemi per gli abitanti cominciarono nel 1992 quando l'imprenditore svizzero Stefan Schmidheiny - inventore dell'orologio Swatch, azionista di Nestlè e ereditiero del gruppo Eternit - comprò il Cayo Paloma e il Cayo Menor grazie al sostegno dell'allora presidente honduregno Rafael Callejas che decretò la zona riserva naturale. Nel 1994 fu istituita una fondazione per la gestione dell'area finanziata da imprenditori honduregni e stranieri. La fondazione impose unilateralmente limiti di pesca molto rigidi che hanno provocato il progressivo spopolamento delle isole. Presto i garifuna cominciarono a essere vittime di minacce di sgombero e violenze. Nel 1996 scomparì misteriosamente il pescatore Domitilio Calix Arzu. Nel 2001 il sommozzatore Jesus Flores Paredes fu ferito al braccio da un colpo di fucile. Da un anno una pattuglia dell'esercito ha cominciato a sorvegliare il cayo Chachahuate (il più popolato) spaventando la popolazione.
Di fronte a questa situazione la presenza dei naufraghi di Rai Due non fa che aumentare l'indignazione della comunità. Sabato scorso Adrian Oviedo, presidente della Fondazione Cayos Cochinos che gestisce l'area in collaborazione con il Wwf è sbarcato a Chachahuate per intimare espressamente alla popolazione di non avvicinarsi all'Isola dei famosi. Per la produzione della trasmissione il timore è che qualche pescatore finisca per sbaglio nell'inquadratura rompendo l'illusione del naufragio in un'isola deserta. Per la comunità garifuna il divieto significa rinunciare a un'area di pesca che sostenta la comunità. «Crediamo che sia vergognoso il comportamento della televisione italiana - dichiara Miriam di Ofraneh - Così si sta attentando al diritto all'alimentazione della comunità».
E i malumori non sono legati soltanto alla pesca. Gli abitanti vedono nella presenza della trasmissione un nuovo esempio della gestione ipocrita della fondazione. Mentre l'organizzazione sostiene di essere impegnata nella difesa della natura l'arrivo dell'Isola dei famosi minaccia la tenuta ecologica dell'area. Il Cayo Paloma è uno dei siti dove una tartaruga a rischio di estinzione depone le sue uova. Gli abitanti di Chachahuate denunciano che è stato addirittura tirato un cavo elettrico subacqueo per alimentare le apparecchiature della troupe al seguito dei «famosi».
Un altro timore è che la trasmissione venga utilizzata dalla fondazione come un megaspot pubblicitario per aumentare il turismo nella zona senza nessun vantaggio per le popolazioni. Oggi dai turisti che arrivano nelle isole dell'arcipelago la fondazione riscuote una tariffa di ingresso tra i 5 e i 10 dollari. Quanto va alle comunità? «Neppure un centesimo» - risponde amaramente Malaka un pescatore che vive a Chachahuate da oltre 30 anni. Così l'invadente presenza dei «famosi» di Rai Due dimostra come l'arcipelago stia assumendo sempre più le caratteristiche di un paradiso privatizzato in mano a pochi ricchi. Mentre i garifuna lottano ancora per ottenere un titolo di proprietà comunitario per i territori in cui vivono, molte isole dell'arcipelago sono già state comprate da investitori europei tra cui diversi italiani, in barba alla costituzione honduregna che lo vieta espressamente. Un nobiluomo torinese, il barone Emilio Accusani di Retorto Portanova,ad esempio,è il proprietario del Cayo Culebra che fronteggia l'atollo dei «famosi».
La situazione patita dagli abitanti dei Cayos Cochinos è una spia della minaccia vissuta dai garifuna che abitano la costa nord dell'Honduras. Negli ultimi anni le zone costiere e le isole della zona sono state sottoposte a un processo di privatizzazione selvaggia nel contesto di progetti di sviluppo turistico finanziati dal Banco Mondiale e dal Banco Interamericano di sviluppo. Di fronte all'aggressione al loro territorio i garifuna stanno reagendo anche cercando di sviluppare progetti turistici comunitari. Nel cayo Chachahuate ad esempio presto comincerà la costruzione di alcune capanne per ospitare i viaggiatori. I turisti qui saranno i benvenuti quando a guadagnarne saranno le comunità garifuna che abitano in queste zone da centinaia di anni. L'«Isola dei famosi» invece perchè non ve la andate a fare a casa vostra?.

venerdì 2 giugno 2006

Au Loin du Vietnam - Far from Vietnam

Loin du Vietnam (Far From Vietnam) is made up of seven short films made in the ‘60s at the time of the occupation of Vietnam by celebrated political directors including Jean-luc Godard and Alain Resnais.

Paulo Gerbaudo looks at the parralels between film and war then and now Loin du Vietnam is both a failure and an inspiring experiment in war cinema. The film - a politically committed documentary dealing with the war in Vietnam - after its release in 1967 proved a commercial flop and was the victim of harsh critiques and early oblivion. One rare copy of the collaborative work of a number of great politically committed directors of the period such as the French Jean-Luc Godard, Alain Resnais Claude Lelouch, Chris Marker, William Klein, Agnés Varda and the Netherland’s director Joris Ivens has been recently screened at Cine Lumiére of the Institut Francais.

The project of the film sprang out of the convulse atmosphere of 1967 during the escalation of military operation in Vietnam, and was the result of incipient ‘68 politics with their stress on participation, assemblies and direct democracy. The film, while dealing with a decisive political issue of the period, also aimed at questioning the French film industry and the one author canon to stress the importance of collaborative work of the film crew and of different directors. On the other hand the challenge was to realise an alternative representation of the war as seen in its multifaceted and often “distant” manifestations.

To do this Loin du Vietnam undertakes an expressive experiment in the documentary format by mixing together heterogeneous materials that compose an instable collage, notwithstanding the intelligent work of Chris Marker in the cutting room. In the film different inspirations and footage, documentary and fiction, converge. The long monologue scene by Godard about the political role of the cinematography in face of the war together with scenes from La Chinoise, interviews with Fidel Castro and Ho-chi Minh sided by brief visual clips and other cinematographic virtuosities. However some of the best moments of the film are the ones that stick more directly to documentary cinema, such as the war and everyday life in Hanoi under American bombings filmed by Joris Ivens and his wife, William Klein’s documentary footage about demonstrations in the United States and Lelouch’s sequences from an American carrier.

The film represents the war in Vietnam in the form of a historical tragedy staged on different scenes. Not only battlefields, but also North Vietnamese villages, American barracks, occupied cities, TV sets in living rooms, and demonstrations in the streets of Europe and America. Hence war emerges not as a simple military confrontation but rather as a mechanism of violence and conflict spreading its tentacles through supply lines, news programs, minds and hearts.

The two themes, evoked in the film’s title, Vietnam and distance, grasp a pair of great ideas which is what the film is all about. First of all, Vietnam within this film is not just a name for a particular country in South East Asia, 10 000 miles away from American shores, but also the name for a particular political, military, social and cultural conflict, characterised by harsh oppositions both in national and international politics. Thus the film represents Vietnam not only as a war between nations but also as a civil war, as any modern war has to be. In a long sequence by William Klein in front of Wall Street, during a huge peace demonstration in New York, a group of brokers shout “Bomb Hanoi! Bomb Hanoi!”. Demonstrants engage along the march path in harsh verbal confrontations with war supporters. New York appears kidnapped by a vibrant hysteria.

The film then slides along a theatre of operations that spans through the globe. Going from the streets of Paris crowded by demonstrants and policemen to a village in North Vietnam where people are assisting to a theatre show blaming Johnson and United States, to a paddy field where a unit of the National Liberation Army is training in hiding, to the mountains of Cuba. Distance, in turn, can be read as the description of the condition of civil populations in western country during such a war and its being exposed to a mediated war fought far away but capable, at the same time, of destabilising internal society and politics. As New Yorker reporter Michael Arlen put it, the Vietnam War, was a “living-room war”. Distance is also the principle that underlies the hypertechnological war machine deployed by the U.S. in Vietnam: a system controlling death and destruction from afar. The image that opens the film is a load of bombs being moved from a supply ship to a carrier. Lelouch’s camera follows those bombs while they are stored and eventually armed on the aircraft. In the middle of the ocean, far away from the dead bodies of the American bombings it enables, the carrier becomes a metaphor of a war machine that acts from afar. Distance thus emerges as instrumental to power. A removal of the horror of war through the media and thanks to its being out-of-sight. As one of the demonstrants appearing in the film says “Americans support the war because it is far away. Would they think the same, if their cities were attacked?”. The answer is as elusive today as it was then, best exemplified in the voting patterns of the American people post 9/11.

Notwithstanding the timely political rethorics that in some parts of the film tend to lean towards an apology to Vietnam, the work provides a vibrant description of the conflict in Vietnam and the social unrest that surrounded it. After the release the work was also criticised for its ‘easy ironies’, but it is actually through those ironies that the film shows the hypocritical goodwill justifying a distant war. This is also what the film does through the way it is cut. For example by joining a popular pro-war song with the reality of a Saigon populated by prostitutes, or by showing a speech of general Westmoreland through a damaged TV screen.

Viewing such a film today inspires a reflection about the similarities and differences between the media propagation of that war and of the current one, the war in Iraq in which the U.S. and its coalition are engaging in. Vietnam was a fortunate topic for cinema, and before that, it was extensively and crudely covered by television and newspapers. The American army had, at least initially, favoured the work of journalists and camera men on the front (much more than ever happened before and after that) for propaganda reasons. So Vietnam became the first televised war, and the war began losing consensus when too many dead corpses on the screen began to disgust the American public’s dinner time.

The Iraq war has undergone a more technically developed coverage that pretends to transmit battle images in real time (through embedded journalists) as if it were a football match and always jumps quickly to the site of an attack or a bombing. In this rapidity of news coverage something has been lost. The media war coverage of Iraq has not only censored the images of blood, tortures and body bags. It has also disminished the importance of other aspects of such a war: the conditions of the civil population in the occupied country and the unrest uniting millions of people across the world in the biggest anti-war protests ever. This erasure of such decisive aspects of war is what Au loin du Vietnam tries to overcome by following the many links that the war ties through conflicts and solidarities all around the globe.

Iraq wars have, until now, not been as fortunate as Vietnam in their representations within contemporary cinema. The only fiction titles deserving attention are David O. Russell’s Three Kings (1999), the recently released Jarhead (2005) by Sam Mendes both dealing with soldiers’ stories during the 1991 conflict in Kuwait when Iraq invaded. Also Michael Moore’s Fahrenheit 9/11 (2004) and Robert Greenwalth’s Uncovered: The War On Iraq (2003), both documentary films, deal with the current war in Iraq even though focusing on its role in American politics. Moreover all these films and documentaries are somehow limited to an internal vision of war as seen through the individual experience of American soldiers, citizens and their nation’s destiny and fail in providing a radical representation of war in all its complexity.

With its real-time - as much tempestive as anaesthaetised - war representation, television has produced an overload of recurrent images about the war in Iraq, restraining any space for debate, comprehension and radical analysis. In this condition it is hard to develop a committed war cinema without getting lost in easy political pedagogy a là Michael Moore or in rank paternalism in Live 8 fashion. Au loin du Vietnam can, in contrast, be an inspiration for a cinema that intends to observe war and represent what the war in Iraq means not only in terms of military and political experiences and events, but also in everyday life’s impact, in London as in Baghdad. A cinema able to document its incumbence on western countries and its consequences on the civil population of Iraq. A cinema capable of seeing war at a distance.