sabato 3 maggio 2008

Fumo di Londra. Il Labour crolla, è il terzo partito

E così Brown si trascina dietro Livingstone. Alla fine ha ceduto pure Londra, quella che era l'ultima speranza in una tornata di elezioni locali che hanno segnato per il Labour un record negativo. Terzo dopo Conservatori e Liberaldemocratici. Ridotto a un 24% che lo riporta agli anni '60, a uno dei periodi più neri nella storia del partito.
Per la formazione alla guida del governo del paese è un colpo pesante che va oltre le previsioni già negative che venivano avanzate dai suoi strateghi. Per il ringiovanito Conservative Party di David Cameron, il 44% ottenuto in questa occasione è invece un risultato sorprendente, che misura l'ampiezza del consenso e che mette un'ipoteca pesante sulle elezioni nazionali del prossimo anno.
La disfatta per il partito di Brown attraversa tutta l'Inghilterra e il Galles. I laburisti perdono pure Reading, l'unica città che assieme a Londra era rimasta in loro controllo nel ricco Sud-est del paese e diverse città del Galles. In totale perdono 331 consiglieri nelle diverse assemblee locali. A dare il segno della profondità dell'avanzata dei conservatori è la loro penetrazione in una serie di collegi chiave che venivano ritenuti sicuri dai Labour in vista delle elezioni politiche. Ma il vero smacco è la perdita di Londra.
Mentre ieri sera si terminavano i conteggi per accertare il vincitore delle elezioni, nella capitale diventava sempre più chiaro che i risultati di Londra non si sarebbero discostati da quanto successo a livello nazionale. Pur essendo un eretico nel suo partito, Livingstone ha pagato in termini elettorali la sua appartenenza al Labour.
Contro di lui ha avuto pure un peso l'insofferenza dei cittadini londinesi per episodi di scarsa trasparenza nella sua amministrazione oltreché un desiderio di novità dopo otto anni consecutivi del politico old Labour alla guida della metropoli.
A trarne frutto è stato così il conversatore Boris Johnson. La sua campagna è riuscita in particolar modo a mobilitare gli abitanti della cosiddetta «ciambella» di Londra, la benestante zona suburbana che cinge la città, dove vivono elettori tradizionalmente conservatori. L'alta partecipazione in queste elezioni rispetto alle precedenti tornate - oltre il 45% degli elettori è andato alle urne - è stata particolarmente significativa nelle aree favorevoli a Johnson. I laburisti avevano sperato di salvarsi grazie alla massiccia affluenza in alcuni quartieri interni della città a loro tradizionalmente fedeli. Ma non c'è stato nulla da fare. Nonostante la paura per gli attacchi al multiculturalismo che potrebbe portare il nuovo sindaco, Johnson è riuscito a convincere un alto numero di elettori della sua affidabilità.
La vittoria di Johnson è dovuta alla sua insistenza sulla questione della sicurezza in una città, reduce da una serie di omicidi di ragazzini, con uno dei livelli di violenza tra i più alti d'Europa. In particolare ha fatto colpo la promessa di Johnson di sedere a capo della Metropolitan Police Authority che si occupa della sicurezza nella capitale. L'opinione pubblica ha inoltre introiettato le critiche lanciate a Livingstone che lo accusano di non esercitare pressioni sulla polizia.
Oltre ad aver cambiato la faccia delle amministrazioni locali di mezza Gran Bretagna, rendendo ancora più evidente il dominio dei conversatori a livello territoriale, l'importanza di queste elezioni risiede nel contraccolpo politico che avranno a livello nazionale.
Nonostante la batosta elettorale dentro il Labour nessuno osa mettere in dubbio la leadership di Brown. Ma dopo l'ultimo pasticcio parlamentare sull'eliminazione di sgravi fiscali per le famiglie più povere, mai come dopo queste elezioni il Labour appare un partito diviso che si rifiuta di seguire il comandante nella sua disfatta. La situazione è opposta per il raggiante David Cameron che dopo queste elezioni vede sempre più vicino il giorno in cui varcherà la porta di Downing Street. Il leader conservatore festeggia e prepara la strategia per le elezioni nazionali ma avverte che «non si possono vincere le elezioni passando sulla schiena di un governo moribondo».
Di sicuro questo risultato obbligherà Brown a quella riflessione sull'andamento del partito che negli ultimi tempi è stata proposta da diverse personalità di spicco. Dopo le voci degli ultimi giorni, secondo cui Tony Blair avrebbe dichiarato che Gordon Brown perderà alle elezioni contro Cameron, sono aumentate le preoccupazioni dei parlamentari che rischiano di perdere il posto. Ma al momento non sembra che Gordon Brown abbia la volontà di invertire quella disperata corsa verso il centro che ha offerto ai conversatori molti punti indifesi da attaccare nella campagna elettorale. Anche in queste elezioni locali Brown ha permesso a Cameron di presentarsi come paladino dei servii pubblici, dagli uffici postali minacciati di chiusura, degli ospedali pubblici a cui vengono diminuiti i fondi. Ma la principale responsabile della débâcle laburista è probabilmente la crisi economica che sta creando guai a molte famiglia inglesi. Dopo 10 anni di crescita continua in cui il Labour era riuscito a sedurre la classe media, ora le crepe del sistema economico creato in quel periodo si stanno abbattendo sopra il Labour e in particolare sull'ex cancelliere dello scacchiere, Gordon Brown.

giovedì 24 aprile 2008

A defeated Left tries to recompose

No communists, no socialists, no pacifists, no greens, no 'no global' activists. An entire array of old and new political identities, which marked different stages in the development of the Italian Left, have lost political representation, in the space of one election. The last time something comparable happened was at the beginning of Fascism, in 1924, when socialist and communist MPs withdrew in protests against elections marked by vote-rigging and violence.

Today, there is little doubt about the validity of the elections. Berlusconi is back thanks to a land-slide victory which stretches from the Mafia-stricken regions of the South to the hyper-industrialised North. The gap between his coalition and Veltroni’s Democratic party is nine per cent It is one of the clearest popular majorities Italy has ever witnessed during its republican history. This means Berlusconi will enjoy a greater legitimacy than he had on previous occasions. Thus he will have few obstacles in adopting a strategy of rupture with that shrinking half of the Italian public which continues to resist his seduction.

The only opposition parliamentary spokespersons to Berlusconi will be from Veltroni’s democratic party, an unsavoury alliance of post-communists and social catholics, whose political blueprint is based on the centrism of New Labour. Sinistra – L’arcobaleno, the coalition comprising Rifondazione Comunista, the Italian Communists and the Greens, has not convinced the electorate. Set up in a hurry, a few months before the elections, it has been seen as a “new party born old,” as asserted by Ginsborg in an interview recently with Red Pepper. The 3 per cent it obtained in the polls is less than a third of the votes gained by all the parties in this coalition in previous elections.

Berlusconi´s reactionary political menu

On the menu that awaits the Italian people, with the return of Mr. Silvio, are a revival of the illegal actions which marked his previous mandate, an assortment of attacks on the autonomy of the judicial branch, new laws to defend the interests of his enterprises and acolytes, and an easy going attitude with tax evaders and illegal construction. These policies will be accompanied by an even stronger attack on trade unions and the cooperative sector, which in Italy are still strong.

Next in line will be the repression of various territorial struggles which have emerged in recent years against engineering projects: from the No-Tav protesting against an high-speed train line in Piedmont, to the Vicenza’s No-base protests against the construction of a US military airport, and the Sicilian and Calabrese activists’ blocking of the construction of the Messina bridge, which Berlusconi hopes to erect as a perennial monument to his era.

Divided Left

One could easily predict that strong social conflict will ensue. However , the risk this time is that Berlusconi’s attack on constitution, social rights and the environment will only be opposed by a confused and fragmented opposition. Yes, leftist politicians having been kicked out of parliament will have no way to go but the streets. But this time they won’t find the immediate welcome of social movements.

The state of the Italian Left in the aftermath of the election is best described as a landscape marked by ruptures and distrust. Something which was hard to predict only a few years ago when a sense of common purpose united a broad and diverse coalition of forces. The series of struggles on global issues did indeed prove fertile terrain for the construction of networks and for the development of a strong dialogue between movements, civil society organisations and parties. This was clearly seen in the case of Rifondazione Comunista, which played a key role in translating struggles into a political strategy, heralding itself as the “party of movements”.

What remains of that period is perfectly exemplified by one moment in the electoral campaign: when an ice-cream was thrown at Caruso - a former member of the anti-globalisers Disobbedienti – while he was campaigning for Sinistra-Arcobaleno in Venice, by activists associated with Luca Casarini, the leader of North-Eastern Social Centers.

In 2001, on the streets of Genoa, the two charismatic leaders had been together in the padded-block of Disobbedienti, born out of an alliance between the Tute Bianche (White Overalls ‘Direct Action’ group) and the Giovani Comunisti (Youth section of Rifondazione). The split happened in 2006, when Caruso decided to run for elections with Rifondazione. His decision was met by waves of criticism among anti-globalisation activists, accusing him of abandoning the terrain of conflict to head for a comfortable seat in the lower chamber.

Fraught relationship between parties and movements

The fraught relation between institutional politics and movements, and the often predatory attitude of the former towards the latter underlies the division. From 2001 until 2005 the social centres in the North-East worked closely with allies in the institutions, with social centre activists taking over sections of the Green Party in the Triveneto region. Elsewhere local alliances of social centres linked up with Rifondazione, for example in Rome’s “Action – diritti” network led by Nunzio D’Erme.

It was thanks to these movement-party alliances that local elections in 2005 delivered a major victory to the center-left coalition and in particular to the radical left. In this context, Nichi Vendola, gay, catholic and communist and deeply involved in social struggles became elected against all odds in Apulia, traditionally a conservative region. This marked the peak of support for the institutional left amongst grassroots activists.

Critiques of Prodi´s government

The wind changed with the narrow victory of the Prodi-led center-left coalition L’Unione in the national elections in April 2006. The most left-leaning government Italy ever had - in terms of numbers of ministers from parties of the radical left - was seen as far too moderate, and soon became the target of deep criticisms from social movements. (for detail see interviews and articles in Hilary Wainwright’s A Left guide to the Italian elections)

These condemnations first focused on the government’s foreign policy, , where the withdrawal of Italian troops from Iraq was not accompanied by an abandonment of the “war on terror” or a withdrawal of Italian soldiers from Afghanistan. The government almost fell on this issue in a parliamentary vote, after a huge demonstration against the base in Vicenza. Radical MPs were forced to appeal to the fear of letting Berlusconi get back in. Nevertheless, as a result, they got ostracized from demonstrations.

Secondly, there has been widespread indignation for the lack of action on civil rights. The government has been reluctant in shielding off the attacks of the Church on abortion and has failed to approve a law for a “a solidarity civil pact” for unmarried couples.

Thirdly, there has been grave disappointment at the lack of action on wages, the problem of living costs, or the lack of welfare programmes for vulnerable workers. There were divisions between the industrialist position held by the old-left, who continue to consider flexible work as an anomaly to be eliminated, and activists who ask for new forms of welfare to support workers in precarious labour conditions. As a result, the government took no action, thus leaving many young people without any social rights, which has no comparison in other Western European countries.

The Italian Left’s future

So what´s next? In the weeks following the elections, some activists feel like they have sleepwalked into this new era of Berlusconi.. ttempts at rebuilding grassroots movements are already starting. Social centres’ groups will soon hold a meeting in Marghera near Venice to discuss the bases for a new alliance. Social and various politicised civil society networks who see the new rise of Berlusconi as a disgrace will also provide an important element for reconstructing the left. Finally, the experiences of progressive local government, such as the Vendola in Apulia or Massimo in the Marche region, and the cities that form part of the “Nuovo Municipio” network, all inspired by principles of participatory democracy, will provide bases from which to begin re-building a new identity for the Italian Left.

Nevertheless, the key issue and potential problem facing the Left will be how the question of democracy is dealt with both in movements and parties. The personalisation, machoism and media-oriented strategy which characterises the leadership of many grassroots movements has proved detrimental for the credibility of progressive alternatives. The time for self-styled spokespersons of the whole movement is over. Will the movement be able to break away from leader-obsessed politics?

A similar reflection needs to take place in both the Greens and Rifondazione. Many argue that the Green Party has been transformed into an accountable centre of power which has little to do with the original idea of a federation and has lost its values of transparency. The charges of corruption which have hit its leader, Alfonso Pecoraro Scanio, are just the most visible evidence of this situation. Also it will be important to see how the question of democracy will be dealt with inside Rifondazione which at the moment is torn by a fight over the future of the party and its relation to Arcobaleno between the once majority current led by Bertinotti and a new challenging current endorsed by Ferrero, Minister of Welfare. The party still has a network of branches across the country that no other left group enjoys. But will it be used for facilitating a recomposition of the Left or for tightening control of the grassroots?

The question of democracy which is central for imagining a different future for the Italian Left will also crucially entail a new discussion of the relationship between parties, social movements and civil society. The experience of collaboration with parties has proved highly disappointing for most activists. Nonetheless those experiences were the symptom of a felt need to translate self-managed alternatives into more stable collective goods for society. What might be learned from the defeat of this experience is thus the need for a greater autonomy and transparency in the relationship between movements and parties, rather than an outright end to all contact. In this context, the local arenas of struggle which have proved the most dynamic in recent years might provide a crucial space for developing clearer strategies and identities beyond the vague inclusiveness of the anti-globalisation era.

lunedì 21 aprile 2008

San Precario contro Carlo Magno

Londra - San Precario contro Carlo Magno. I giovani e i migranti del vecchio
continente contro la diarchia Merkel-Sarkozy. Il prossimo primo
maggio, nella sontuosa Rathaus di Acquisgrana, sede di incoronazioni
in epoca carolingia, il premier francese conferirà al cancelliere
tedesco il tradizionale premio Carlo Magno, dedicato al politico
europeista dell'anno. Ma per le strade della città d'arte tedesca, non
ci saranno celebrazioni per festeggiare l'"incoronazione" della
Merkel. A rovinare la festa ci penserà la protesta della Euromayday,
la rete continentale dei lavoratori precari e dei migranti, che
promette di portare tumulto ad Acquisgrana e in decine di altre città
europee che partecipano alla giornata di azione.
«Costretti a vivere nell'inferno del precariato metteremo a soqquadro
il paradiso delle élite dell'Unione europea» , avvisano i promotori.
Gli attivisti dell'Euromayday vedono nel premio Carlo Magno - che si
consegna il giorno dell'ascensione, quest'anno il primo di maggio - il
simbolo dell'Europa peggiore. Quella militarista, neoliberista e
clericale, che non si piega alle domande sociali che vengono dagli
strati più svantaggiati. «Rifiutiamo Carlo Magno come simbolo
dell'Europa e denuciamo il neoliberismo della commisione Barroso, il
militarismo di Solana e il monetarismo della Banca centrale di
Trichet», si legge nella chiamata per la giornata di protesta.
Contro l'Europa della burocrazia, degli eserciti e dei governi,
l'Euromayday si appella all'Europa del precariato, ai lavoratori a
tempo parziale, ai cococo e cocopro, ai disoccupati che vengono
emarginati dalle politiche sul lavoro e sulla sicurezza sociale. Ma
non solo.
«Ci rivolgiamo agli operai e alle operaie, delle fabbriche e dei
servizi, agli studenti, alle associazioni, ai centri sociali, alle
mille forme di resistenza e di autorganizzazione che ri-generano i
territori e le metropoli martoriati dal vampirismo neoliberista»,
dichiarano gli organizzatori. Il programma della protesta principale
prevede una manifestazione in mattinata davanti alla Rathaus contro
Merkel e Sarkozy. Da qui partirà nel pomeriggio la classica parade,
con soundsystem, scenografie e "supereroi del precariato quotidiano".
La giornata sarà chiusa da una festa di precari e migranti in un parco
cittadino.
Oltre alla manifestazione centrale ad Acquisgrana, la protesta contro
il precariato interesserà diverse città europee che hanno già aderito
all'iniziativa. Le piazze principali in giro per l'Europa quest'anno
saranno Berlino, Copenhagen, Amburgo, Helsinki, Lisbona, Malaga,
Maribor in Slovenia e Terrasa vicino a Barcellona. In Italia oltre a
Milano, ci saranno anche Napoli e Palermo. E quest' anno per la prima
volta ci sarà una Mayday precaria pure a Tokyo dove gli attivisti
giapponesi già si scaldano in vista della protesta contro il vertice
G8 che si terrà a Osaka dal 7 al 9 luglio.
Il 1 maggio ricreato
La storia della Mayday comincia a Milano nel 2001, quando gruppi di
attivisti mediatici e agitatori del sindacalismo precario e di base
decidono di rivitalizzare il primo maggio che ormai appare poco più di
una ricorrenza istituzionale, svuotata di significati politici. Negli
anni successivi è una crescita continua. Nel 2003, 50.000 persone
sfilano a Milano e la manifestazione raggiunge una dimensione
regionale, ma coinvolge pure studenti e precari romani. Nel 2004
Barcellona si mette al fianco di Milano: la Mayday diventa Euromayday.
Oltre 100.000 persone scendono in piazza. A Milano a ritrovarsi nella
lotta contro il precariato è il «popolo di Genova». Il primo maggio
precario diventa sempre più il primo maggio vero e proprio, oscurando
il rituale concerto di piazza San Giovanni.
Le reti no-global europee si accorgono presto dell'iniziativa.
L'occasione per ampliare il processo la offre «Beyond ESF»,
l'iniziativa parallela al Forum sociale europeo di Londra dell'ottobre
2004. In un assemblea alla Middlesex University si decide di creare
una rete Euromayday, che organizzi assemblee transnazionali, da
tenersi ogni volta in una città diversa. Incontri per decidere
strategie di azione comune. Non solo per organizzare il primo maggio
ma anche come processo di attivazione comune di migranti e precari.
Così nel 2005 la Euromayday raggiunge venti città, da Stoccolma a
Parigi, da Amsterdam a Siviglia. Nel 2006 la partecipazione cresce
ancora. A scendere in piazza sono oltre 300.000 persone, anche se in
meno città rispetto all'anno precedente. Oltre alle manifestazioni
decentrate l'euromayday lancia per la prima volta un'azione congiunta
a Bruxelles il venerdì di pasqua.
Si risale la china
E' un momento caldo per la questione precaria: la Sorbona, è occupata
contro la legge sul Cpe ("contratto di primo impiego") e la piazza
dell'università viene ribattezzata «piazza della precarietà». In
questi anni il problema del precariato viene connesso sempre più con
quello dei migranti, con la partecipazione delle reti no-borders alla
MayDay.
Il 2007 vede una flessione della manifestazione: meno partecipanti e
un calo di entusiasmo, anche per la mancanza di risposte politiche.
Ma quest'anno la giornata promette di risalire la china. Le proteste
contro il G8 a Rostock hanno visto sfilare un euromayday pink bloc,
che ha messo assieme diversi gruppi europei che hanno lottato contro
il precariato durante questi anni. Le assemblee transnazionali sono
riprese. E il ritorno di vitalità della manifestazione traspare anche
dal nuovo sito con filmati ironici sul problema dei precari che
arrivano da diversi angoli d'Europa, tra cui l'imperdibile «chiki
chiki precario». Così, mentre il problema del precariato continua a
incontrare orecchie sorde sia tra i politici di casa nostra che tra i
tecnocrati di Bruxelles, i precari continuano a fare affidamento
sull'unica arma che posseggono:la creatività. E quella che è la
risorsa più preziosa nell'era del capitalismo cognitivo, diventa uno
strumento di lotta contro le nuove forme di oppressione del lavoro.

domenica 23 marzo 2008

Boris Johnson il «buffone dei Tory»

«Votatemi perché sono un giornalista». Libertino in amore, libertario sulle droghe leggere, liberista in economia, ciclista appassionato. A creare scompiglio in questa campagna per il sindaco di Londra ci sta pensando lui, Boris Johnson, il «buffone conservatore», giornalista istrione dai lunghi capelli biondi, cresciuto tra Daily Telegraph e Spectator, sempre pronto a dire la sua su tutto e tutti alla faccia del 'politically correct'. Che si tratti degli abitanti della Papua Nuova Guinea definiti cannibali o delle comunità minoritarie di Londra tacciate di piangere su se stesse, su tutto il candidato conservatore sfodera un'arma portentosa: la sfacciataggine. E finora il suo stile sembra avere successo: ne gli ultimi sondaggi è avanti di ben 12 punti sul sindaco uscente, Ken Livingstone. I Tories, quasi estinti dopo l trionfi di Blair sono riusciti a rimontare e oggi con Johnson puntano sul voto di Londra il 1 maggio come primo test di sfida. Gli altri candidati sono Sian Berry del Green Party e Brian Paddick per i Liberal Democrats; più i minori: Gerard Batten dell'Uk independence party, Lindsey German di Respect, Richard Barnbrook del fascista British National Party.
Mentre le elezioni che potrebbero segnare l'uscita del politico «old labour» dalla City Hall si avvicinano, la vita della capitale è ritmata dagli eventi della campagna: partecipazioni incrociate a inaugurazioni, dibattiti e comizi in giro per la città, battute e risposte che rimbalzano sui media. Lo stile delle due campagne rispecchia il carattere dei duellanti. Ai comizi di Ken Livingstone tante persone mobilitate da militanti ben organizzati e le comunità etniche su cui il sindaco ha investito molto in questi anni. Ad accogliere l'arrivo di Boris nei quartieri londinesi invece piccoli gruppi di conservatori locali e di fan.
Ma non è sul faccia a faccia che si giocheranno le sorti del voto. E Boris lo sa bene. Il suo punto di forza è l'impatto mediatico che si porta dietro grazie a una fama da mattatore tv sperimentato in trasmissioni popolari come «Have I got news for you?» e Top Gear. Cacciato da ministro ombra alla cultura per una scappatella e coinvolto in una serie di fatti poco edificanti come la falsificazione di articoli e il tentativo di pestaggio di un giornalista, Boris gioca sull'autoironia e sulla fiducia conquistata nel pubblico televisivo,usando anche le proprie magagne per costruirsi un'aura di trasparenza.
Ken ribatte a questa campagna mediatica cercando di ricordare che le elezioni del sindaco non sono il grande fratello, riecheggiando il tormentone diffuso dalla stampa inglese sulla possibilità di eleggere i candidati attraverso una telefonata a pagamento come avviene per i partecipanti dei reality show. In questo modo un Livingstone un po' arrugginito cerca di far valere la propria esperienza contro la sfacciataggine dell'avversario - «per carità è simpaticissimo, mi farebbe piacere averlo come vicino di casa, ma se viene eletto come sindaco sarà un vero disastro». Per tutta risposta Boris Johnson ha cambiato stile, evitando le battute ironiche dei suoi primi interventi e cercando di darsi un tono serio che ha stupito i suoi fan più accaniti.
Così in queste ultime settimane l'attenzione si sta spostando dai personaggi ai temi. Il trasporto e l'ambiente prima di tutto. Boris Johnson ha accusato il sistema di trasporti della città di fare acqua da tutte le parti e ha lanciato invettive contro i bus snodati, accusati di bloccarsi agli incroci e intasare il traffico, invocando un ritorno ai tradizionali bus a due piani, purchè ecologici. Il candidato conservatore ha anche giocato sul fatto di essere un ciclista appassionato per presentarsi sotto vesti ecologiste, coerentemente al re-branding del suo partito che ha pure cambiato il proprio simbolo dalla tradizionale torcia all'albero e ha adottato lo slogan «Vote blue, go green».
Per rispondere a questa offensiva su uno dei suoi temi forti, cinque giorni fa Ken ha siglato un patto con il candidato verde Sean Berry, che ha invitato i suoi elettori a scegliere Ken Livingstone come seconda preferenza. In questa occasione il sindaco in carica ha invitato anche gli elettori degli altri partiti a sceglierlo «come seconda preferenza per evitare una vittoria dei conservatori». E forse proprio questo meccanismo si potrebbe rivelare una ciambella di salvataggio per Livingstone, perché se il carisma di Johnson è stato finora efficace nel creare un'onda di supporter, il candidato conservatore rimane ancora lontano dal convincere la maggioranza dell'elettorato sulla propria affidabilità.

venerdì 25 gennaio 2008

Brown rilancia la guerra al terrorismo, e ai diritti civili

Il governo Brown rispolvera l'ascia della guerra al terrore. Il decreto legge contro il terrorismo presentato dal ministro dell'interno Jacqui Smith prevede un'estensione da 28 a 42 giorni per il fermo di polizia ai sospettati di terrorismo e pene fino a 10 anni per chi pubblica informazioni che mettano a rischio le forze di polizia o l'esercito. Un'ulteriore stretta sulla sicurezza che, capitalizzando sulle paure dell'opinione pubblica, cerca al contempo di far dimenticare lo stato traballante dell'economia e gli scandali di corruzione che continuano ad infangare la reputazione del New Labour.
Ma il provvedimento rischia di costare a Brown la prima sconfitta in parlamento dopo appena 6 mesi di governo, con l'ala di sinistra del partito in tumulto e Liberaldemocratici e conservatori a fare fronte unito contro una proposta considerata ingiustificata.
Per sostenere la necessità di un' ulteriore limitazione ai diritti civili il ministro Smith ha agitato lo spauracchio di una nuova campagna terroristica sostenendo che il livello di allerta è ai massimi livelli dagli ultimi anni. Il sottosegretario Tony McNulty le ha fatto sponda paventando che presto un attacco pari «a 2 o 3 11 settembre» possa colpire presto il Regno Unito. Eppure il governo appare isolato in questo grido d'allarme. Il Labour è spaccato lungo la stessa linea di frattura che si è aperta contro la guerra. Trentatre parlamentari laburisti hanno dichiarato che voteranno contro. E a niente è servito l'invito del ministro dell'interno a un sostegno bipartisan. Liberaldemocratici e Conservatori continuano a opporsi al provvedimento che considerano inutile e pericoloso. Così a Brown mancherebbe almeno un voto per far passare il disegno di legge.
Il governo rischia di inciampare sullo stesso fronte che aveva inflitto a Tony Blair l'unica sconfitta parlamentare in 10 anni come premier. Era il novembre 2005 e a quattro mesi di distanza dagli attacchi contro la rete di trasporti della capitale Blair aveva chiesto al parlamento di estendere il fermo fino a 90 giorni. Il disegno di legge fu respinto, ma passò un emendamento che prevedeva un' estensione fino a 28 giorni, rispetto ai 14 previsti nelle fasi iniziali della guerra al terrore. Come allora, anche oggi si sono sollevate le proteste di diverse organizzazioni della società civile che non vedono motivi per inasprire le misure di repressione e anzi vorrebbero un ritorno ai 7 giorni di fermo che vigevano prima dell'attacco alle torri gemelle. Kate Allen di Amnesty International ha accusato il governo di attuare una strategia persecutoria in cui il fermo per i sospettati si trasforma «in una punizione ancor prima che venga celebrato il processo» e ha sostenuto che a forza di sospendere a tempo indeterminato i diritti dei cittadini il governo sta erodendo il sistema di garanzie.
Il disegno di legge è infatti solo l'ultimo di una serie di provvedimenti che hanno creato allarme sulla deriva autoritaria del governo Labour, che sta pensando di estendere il divieto di protesta attorno al parlamento. Inoltre nonostante i forti dubbi avanzati anche dentro al Labour, Gordon Brown vuole procedere all'istituzione delle carte di identità, cosa mai vista nel Regno Unito e che molti sudditi di sua maestà considerano una pericolosa intrusione nella vita dei cittadini. Ma nonostante i dissensi l'esecutivo tira dritto cercando di rafforzare la propria immagine di «duro» sulla questione terrorismo, per mettere in imbarazzo il partito conservatore sulla questione, alla prossima campagna elettorale.

giovedì 24 gennaio 2008

«Bobbies» in piazza a Londra. Dopo 90 anni

La scena che si è svolta ieri a Londra ha un che di surreale. La polizia a manifestare per le strade senza divisa. Ai lati del corteo invece della polizia anti-sommossa gruppi sparsi di manifestanti che lanciano fischi e insulti agli agenti. E per una volta le stime ufficiali sul numero di manifestanti sono più alte di quelle degli organizzatori: secondo la Metropolitan Police che ha gestito l'ordine pubblico 22.000 agenti avrebbero smesso la divisa per un giorno per protestare contro il governo. Al centro della contesa c'è il tentativo del governo di Gordon Brown di limitare gli aumenti salariali all'1,9% contro il 2,5% chiesto dalla Police Federation che rappresenta 150.000 agenti tra Inghilterra e Galles. Di fronte al diniego del governo l'organizzione ha invitato i propri aderenti a scendere in piazza: un evento storico.
Erano 90 anni che la polizia inglese non protestava nella capitale britannica. L'ultima volta fu nel lontano 1918 e l'eccezionale avvenimento fece evocare alla suffragetta Sylvia Pankhurst lo «spirito di Pietroburgo», mentre il Guardian accusava i manifestanti di esseri «sbirri bolscevichi». Ma del «potenziale rivoluzionario» della polizia - se è mai esistito - è rimasto ben poco. Dal 1996 per statuto la Police Federation vieta ai propri membri di scioperare. Ma l'organizzazione - qualcosa di simile a un sindacato - ora agita lo spettro dello sciopero e di un collasso dell'ordine pubblico contro un Gordon Brown che con la scusa di limitare l'inflazione non vuole sborsare un penny in più di quanto previsto dall'ultima finanziaria.
Così ieri è andata in scena il primo episodio di una contesa che rischia di sfiancare ulteriormente i consensi del governo laburista. Ma se non fosse stato per i cappellini bianchi che ricordavano più un incontro religioso che una manifestazione sindacale si sarebbe fatto fatica a capire che le persone che uscivano dalla metro e dai bus vicino a Marble Arch erano agenti nei panni inediti di manifestanti. Nessuno slogan, una decina di cartelli con la richiesta di «uno stipendio giusto», sguardi smarriti come in attesa di ordini. A riscaldare gli animi ci hanno pensato gli di anarchici del gruppo Class War che all'inizio del corteo hanno srotolato uno striscione e urlato «zecche» alla polizia. «Siamo qui per controllare che gli agenti non creino disordine», ha urlato ironicamente uno dei ragazzi. I manifestanti hanno risposto con smorfie e ingiurie prima che intervenissero i colleghi in divisa. Una ragazza è stata arrestata per aver cercato di fermarsi di fronte alla testa della marcia e altri sono stati trattenuti. In ogni caso la polizia ha cercato di mantenere un basso profilo con i contro-manifestanti, per evitare che la storia del giorno diventassero le contro-dimostrazioni. Quando alla fine della dimostrazione i poliziotti sono arrivati a Parliament Square sono stati accolti da un altro gruppo di contestatori, gli «anarchitetti» del gruppo artistico «Space hijackers», che hanno invitato i poliziotti a prendere lezioni su come organizzare una manifestazione e hanno ridicolizzato la richiesta di aumento salariale reclamando una paga giusta anche per gli eco-attivisti che «difendono la vita ma senza usare il manganello».
Dopo la manifestazione alcuni rappresentanti della Police Federation hanno dato vita a un'assemblea dentro la House of Commons. Il presidente dell'organizzazione Jan Berry ha accusato il ministro dell'interno Jacqui Smith di «mancanza totale di rispetto per le forze di polizia». E' uno schiaffo pesante per la Smith che è finita recentemente nel mirino dei media quando la settimana scorsa quando dopo aver mangiato un Kebab nel quartiere di Peckham noto alle cronache per omicidi e accoltellamenti ha dichiarato - «non mi sentirei sicura a camminare da sola per strada». L'impressione di un governo debole sul fronte dell'ordine pubblico si aggiunge alla lista di preoccupazioni che affligono il governo di Gordon Brown che esce da una serie di scandali e sta cercando di fronteggiare una recessione ormai incalzante dopo il lunedì nero della borsa a inizio settimana.

giovedì 6 settembre 2007

Tube privata, Londra bloccata

Tre milioni di passeggeri a piedi, pendolari in panico, broker della City che cancellano tutti gli appuntamenti, 50 milioni di sterline perse ogni giorno dall'economia cittadina. Va in scena la debacle della città efficientista per eccellenza: la Tube è bloccata. Lo sciopero che sta fermando la metropolitana più antica e pure la più cara al mondo - quello che per i turisti che visitano la città è l'icona di Londra - ha mandato su tutte le furie il sindaco Livingstone e il primo ministro Brown, proprio la persona che viene additata dagli scioperanti come il primo responsabile della situazione. Bob Crow, il combattivo leader di Rmt - il più grande sindacato dei lavoratori di Metronet, la compagnia nata dalla privatizzazione della metropolitana e recentemente fallita - tiene duro di fronte alle critiche ma apre alla trattativa. «Speriamo - dice - che ora il management di Metronet prenda sul serio le richieste dei lavoratori». All'ultimo momento il sindacato guidato da Crow è stato lasciato solo dalle altre due organizzazioni che avevano proclamato lo sciopero, Unite e Tssa, ma si fa forte delle proprie ragioni e chiede che Gordon Brown, che ha privatizzato in parte la metropolitana nel 2003, la riporti completamente sotto l'ala pubblica.
Lo sciopero è cominciato nel pomeriggio di lunedì. I 2.300 affiliati a Rmt si sono allontanti dal posto di lavoro alle 18 ma già nel primo pomeriggio i treni passavano a intermittenza davanti a banchine stracolme di passeggeri intenzionati ad approfittare dell'ultima finestra di servizio. Delle dodici linee della metropolitana londinese, solo due continuano a funzionare, la Northern e la Jubilee, ma le stazioni sono prese d'assalto dai passeggeri che cercano percorsi alternativi. Una terza linea, la Piccadilly, è bloccata per metà e registra pesanti ritardi. I londinesi hanno cercato di arrangiarsi usando i bus cittadini, ma di fronte alle fermate si sono formate lunghe code di passeggeri, mentre mezzi strapieni passavano senza fermarsi di fronte alle banchine. Chi ha rispolverato la bici, chi si è adattato a una lunga camminata fino al posto di lavoro. Sta di fatto che la metropoli è piombata nel caos, proprio in un momento in cui migliaia di turisti assediano la capitale del Regno unito. E secondo un portavoce di London Underground, anche se lo sciopero finisse anzitempo i disagi si protrarranno fino a venerdì, mentre la minaccia di un nuovo sciopero di 72 ore aleggia sull'inizio della prossima settimana.
In mattinata il sindaco Ken Livingstone, che aveva tentato fino all'ultimo minuto di fermare lo sciopero, promettendo di municipalizzare la compagnia che si occupa del la gestione dell'infrastruttura della Tube, ha dichiarato che lo sciopero è inspiegabile. «E' la prima volta nella storia che un sindacato va in sciopero quando tutte le sue richieste sono state accettate. Faccio fatica a capire la mentalità che caratterizza le azioni di oggi». E di fronte alle telecamere di Bbc ha sventolato con rabbia una lettera del management di Metronet che promette garanzie su pensioni, posti di lavoro e cambi di proprietà. Nel pomeriggio gli ha fatto eco il premier Gordon Brown, che ha chiesto ai lavoratori in sciopero di tornare al più presto al posto di lavoro. Il primo ministro ha dichiarato che lo sciopero è ingiustificabile e «sta causando problemi incredibili agli abitanti di Londra». Una serie di attacchi a cui si è aggiunge il richiamo stizzito di Tim O' Toole, direttore di London Underground: «Abbiamo fatto tutto il possibile per fermare questo sciopero».
Ma Bob Crow, il massiccio leader di Rmt, ha risposto a muso duro a questa serie di attacchi: «I nostri lavoratori hanno dimostrato una solida determinazione a portare avanti lo sciopero e, a meno che dai colloqui di oggi arrivino notizie positive, lo porteremo avanti fino alla fine».
Dietro i duri scontri che sono stati aperti dallo sciopero alla metropolitana di Londra si possono anche leggere i segni della lotta all'interno della sinistra inglese. Da un lato Gordon Brown accusato di essere un rinnegato, di aver abbandonato i valori della sinistra e la difesa dei lavoratori per abbracciare con entusiasmo il mondo del business e perseguire una politica spietata di privatizzazione. Dall'altro Bob Crow, l'esponente più rappresentativo di una sinistra sindacale ancora orgogliosa di essere socialista e non disposta a rinunciare su questioni di principio. In mezzo il pragmatico sindaco Livingstone, allo stesso tempo socialista e grande amico di Hugo Chavez ma contento di ospitare a Londra la più grande piazza finanziaria mondiale. Dopo aver attaccato i sindacati, ieri Gordon Brown si è lasciato andare ad una sperticata lode di Margaret Thatcher, proprio l'iniziatrice dell'ondata di privatizzazioni portata avanti dal Labour che ora è sotto accusa. E la lacerazione tra le sinistre rivali del Regno Unito appare sempre più insanabile.